La Francia sospesa tra paura e chiusura

La Francia sospesa
tra paura e chiusura

La minaccia c’era e puntualmente si è materializzata. Il terrorismo ha colpito la Francia alla fine della campagna elettorale, in vista del primo turno delle presidenziali, in calendario per domani. Giovedì sera, proprio mentre i candidati lanciavano il loro appello televisivo a caccia di voti, un poliziotto è stato ucciso sull’avenue des Champs-Elysées, a Parigi, da parte di un terrorista legato all’estremismo islamico. Due altri poliziotti e una turista di nazionalità tedesca sono stati feriti e si trovano attualmente in ospedale. L’attentatore è stato immediatamente ucciso da un’altra pattuglia di agenti. Sempre questa settimana, poco prima dell’attentato a Parigi, i servizi di sicurezza francesi avevano sventato un’altra azione terroristica a Marsiglia, arrestando due uomini che stavano per attuare il proprio piano criminale alla vigilia della consultazione elettorale. È dunque in un contesto di preoccupazione che 47 milioni di francesi, iscritti alle liste elettorali, vengono chiamati alle urne per scegliere i due «finalisti» di questa competizione, per loro importantissima.

L’ombra di possibili attentati ha accompagnato tutta la campagna elettorale ma fino a questa settimana il soggetto è stato relativamente poco presente nei discorsi dei candidati. Non è la prima volta che i terroristi attaccano le forze di sicurezza in questo periodo. Negli ultimi mesi altri due attacchi avevano preso di mira poliziotti e soldati, all’ingresso del Louvre e all’aeroporto d’Orly. Sembra però che i francesi siano più preoccupati per le questioni economiche, la disoccupazione, l’immigrazione e l’Unione europea che per gli attentati. Le aggressioni contro gendarmi e poliziotti hanno un’alta carica simbolica. Significano attaccare la Repubblica, cosa grave specialmente in periodo elettorale. Ma alla fine sono i problemi del pane, del lavoro, della salute e delle pensioni a condizionare l’opinione pubblica.

Perciò sembra poco probabile che l’attacco di giovedì sera sia in grado di modificare in modo sostanziale le scelte degli elettori. La questione europea e l’euro invece, costituiscono uno spartiacque che differenzia chiaramente i partiti tra loro. Marine Le Pen, leader del Fronte nazionale è decisa a negoziare con Bruxelles per «restituire alla Francia la sua sovranità monetaria, legislativa, finanziaria e territoriale», secondo quanto ogni giorno la candidata di estrema destra ripete nei suoi comizi e nei suoi interventi televisivi. Marine vuole portare la Francia fuori dall’euro, fuori dall’Ue e fuori dalla Nato. Promette tuttavia che su questi argomenti il popolo sarà chiamato a pronunciarsi per referendum dopo la sua eventuale (e peraltro estremamente improbabile) elezione all’Eliseo. In effetti la figlia di Jean-Marie Le Pen ha molte possibilità di arrivare al secondo turno, ma pochissime di vincere il duello finale.

Siccome talvolta gli estremi si toccano, anche il candidato della sinistra radicale Jean Luc Mélenchon, ex socialista sostenuto dai comunisti, da socialisti delusi e di altre piccole formazioni di sinistra, ha trovato lo stesso rimedio ai mali della Francia. «L’Europa o la si cambia o ce ne andiamo», sostiene Mélenchon lasciando intendere che l’unica soluzione è per lui la fine della moneta unica. Dunque protezionismo e chiusura. Vista l’attrazione che esercitano i due partiti si potrebbe pensare che i francesi vogliano rifiutare l’Europa e poi il resto del mondo. E tuttavia, i sondaggi dicono che il 72% vuole restare nell’Ue.

Gli altri due candidati che possono concretamente arrivare al secondo turno (gli aspiranti all’Eliseo sono complessivamente 11, ma solo 4 sono realmente in corsa) hanno una posizione favorevole alla permanenza nell’euro, nella Ue e nella Nato, anche se loro stessi promettono di rendere più forte e sensibile il peso della Francia in questi consessi internazionali (sottintendendo il bisogno di ridimensionare l’attuale strapotere della Germania in Europa e degli Stati Uniti nella Nato). Questi due candidati pro-europei sono il neo-gollista Francois Fillon, che ha vinto le primarie della destra e che è stato poi messo in difficoltà da un’incriminazione per una storia di quattrini non proprio trasparenti, e soprattutto l’uomo nuovo della politica francese, il giovane (39 anni) e rampante Emmanuel Macron. Quest’ultimo personaggio ha fatto parte come ministro dell’Economia del governo del socialista Manuel Valls, ma non ha tessere di partito e rifiuta la vecchia contrapposizione destra-sinistra.

Questo è il punto. Superare o no le vecchie contrapposizioni ideologiche nel nome di un nuovo pragmatismo? L’importanza di questa domanda scaturisce anche dall’altro tema che – ricollegandosi alle questioni europee – ha dominato la campagna elettorale: l’immigrazione. Marine Le Pen vuole bloccarla completamente, in chiara polemica con Bruxelles e Berlino. Mélanchon, al contrario, la considera una risorsa. Macron e soprattutto Fillon la vogliono gestire d’intesa col resto dell’Unione. Tante questioni che forse troveranno una risposta tra qualche settimana, dopo il secondo turno delle presidenziali.


© RIPRODUZIONE RISERVATA