La razza bianca e le paure nell’urna

La razza bianca
e le paure nell’urna

La frase ha indignato anche perché arriva da un esponente della Lega fin qui descritto come moderato, uomo di governo e di istituzioni. Parlando ai microfoni di Radio Padania, quindi al suo pubblico, Attilio Fontana, candidato alla presidenza della Regione Lombardia, ha detto che «non possiamo accettare tutti gli immigrati che arrivano: dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o devono essere cancellate». Poi, dopo le polemiche suscitate da quel giudizio nefasto, l’avvocato ex sindaco di Varese ha rettificato: «È stato un lapsus, un errore espressivo, un qui pro quo: intendevo dire che dobbiamo riorganizzare un’accoglienza diversa che rispetti la nostra storia, la nostra società».

Nel frattempo però era partita la ridda di reazioni, fra le quali l’ovvio appoggio del segretario leghista Matteo Salvini. Il ricorso alla parola «razza» ricorda periodi deteriori della nostra storia nazionale ed esprime un concetto privo di fondamento sul piano genetico (esiste una sola razza, quella umana) ma è stato invece spesso utilizzato in senso politico per operare arbitrarie differenziazioni sul piano delle relazioni sociali e politiche. Ma c’è un altro passaggio dell’intervento di Fontana che merita attenzione: «Non possiamo accettarli tutti. Vorrebbe dire - ha dichiarato il candidato leghista - che non ci saremmo più noi come realtà sociale e etnica, perché loro sono molti più di noi, perché loro sono molto più determinati di noi nell’occupare questo territorio». Parole che esprimono una paura anche numericamente infondata. Più di noi? Gli stranieri regolari in Italia sono l’8% della popolazione complessiva, i 500 mila sbarcati negli ultimi quattro anni rappresentano lo 0,83% dei residenti nel nostro Paese. Gli immigrati musulmani sono invece il 2,5%.

La politica ha il compito di governare le paure e di dare risposte ai problemi, tanto più quando ci si candida a un ruolo di governo. Oltretutto le parole di Fontana hanno avuto eco ieri, proprio quando un quotidiano nazionale registrava il crollo degli sbarchi (-34% rispetto agli stessi mesi del 2017). I giornali riportavano anche le parole del Papa nella Messa per la Giornata del migrante e del rifugiato. Bergoglio in un discorso articolato ricordava le difficoltà dell’accoglienza («non è facile entrare nella cultura altrui»), invitava le comunità di migranti a «conoscere, rispettare le leggi, la cultura e le tradizioni dei Paesi in cui sono accolti». Non certo un intervento «buonista», ma realista, con l’invito a superare le comprensibili paure: «Avere dubbi e timori non è un peccato. Il peccato è lasciare che queste paure determinino le nostre risposte, condizionino le nostre scelte, compromettano il rispetto e la generosità, alimentino l’odio e il rifiuto». Ma in questa lunga e scomposta campagna elettorale sembra valere tutto, dalle promesse irrealizzabili alle notizie farlocche. Il tema immigrazione in particolare si presta alle speculazioni: gli immigrati non votano infatti, tranne quelli con cittadinanza italiana.

E anche Silvio Berlusconi, nonostante l’appartenenza al Partito popolare europeo e la nuova veste moderata, ci mette del suo nella competizione con la Lega per i voti nordisti. Domenica, ospite in un suo studio tv da Barbara D’Urso, ha detto che la sicurezza in Italia è peggiorata «e questo lo si deve al fatto che ci sono 476mila immigrati che per mangiare devono delinquere». Non è dato sapere a chi si riferisse l’ex Cav (forse al numero di clandestini). Poi ha snocciolato una serie di cifre sui reati, senza precisare però che sono tutti in calo (fonte ministero dell’Interno), soprattutto gli omicidi (anche nella Bergamasca, dove invece è purtroppo costante la piaga dei furti in abitazione). In seguito Berlusconi se l’è presa col Trattato di Dublino «firmato dal governo Renzi», che obbliga a presentare la domanda d’asilo nel Paese di primo approdo dei migranti, quindi soprattutto in Italia e Grecia. Ma il Trattato in realtà fu firmato da un suo governo, nel 2003. Così va la campagna elettorale nell’anno 2018.

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