L’elettore «silente» può essere decisivo

L’elettore «silente»
può essere decisivo

Il voto di domani è un «rebus avvolto in un enigma», come Churchill diceva dell’Urss. La discussione sul premier e sulle larghe intese è stato un gioco di società, perché da lunedì si torna sul pianeta della concretezza. Questa legge elettorale in un sistema a tre poli difficilmente fabbrica chiare maggioranze di governo: potrebbe essere solo il primo tempo, un voto che apre ad una transizione. Il passo iniziale è il 23 marzo con la riunione delle nuove Camere per l’elezione dei due presidenti e qui si comincerà a capire qualcosa. Poi, con le consultazioni, la partita è in mano al presidente Mattarella, gestore della crisi e garante della stabilità. Senza dimenticare che entro una quarantina di giorni il governo (quale?) dovrà presentare il documento, da inviare a Bruxelles, che prepara la nuova legge di bilancio.

Gentiloni, riassumendo un giudizio diffuso, ha detto che sono le elezioni più importanti degli ultimi 25 anni. Ci arriviamo al termine di una brutta campagna: lo si dice ad ogni maratona, salvo precisare che la successiva è sempre peggiore della precedente. Questa volta, però, è stata ferita da alcune caratteristiche: la violenza, che non si vedeva da tempo, l’oltranzismo inquinante, lo scarto fra promesse e sostenibilità finanziaria. La questione migratoria, crocevia del malessere, è ancora lontana dall’essere componente condivisa di politica europea.

Lo stesso sguardo sulla società non s’è collocato, pur con qualche eccezione, nel perimetro di un progetto politico ambizioso. Dal ’94, esordio della Seconda Repubblica, nessun governo è stato riconfermato dalle urne, mentre la cornice dei partiti s’è fatta instabile, frantumata e in alcuni casi rissosa, come la campagna s’è incaricata di definire: il Pd s’affida al tocco morbido di Gentiloni, Forza Italia al rientrante Berlusconi senza colpo ad effetto, la Lega in mutazione genetica va decisamente a destra senza sconti al patron azzurro, i grillini marciano verso l’establishment che volevano aprire come una scatoletta di tonno.

Sono le prime elezioni del dopo-crisi, con il lascito di un’Italia che s’è rimessa in moto, mettendo insieme obiettivi di finanza pubblica e diverse riforme strutturali. Ma sono anche le prime in cui è chiaro il confine tra chi rientra in una cultura liberaldemocratica e il populismo di chi si spinge ai margini lungo un terreno inesplorato. La posta in gioco è discontinua rispetto alle precedenti tornate, inserendo un’incognita in più. Il confronto è fra una società aperta e una chiusa, fra chi (pur con la propria storia e sensibilità) si riconosce nella cultura delle grande democrazie europee e chi insegue la corsa regressiva di Paesi come l’Ungheria di Orbàn, il teorico della «democrazia illiberale». Decideranno, come spesso succede, gli indecisi: all’incirca il 13% della zona grigia dell’astensionismo che, stimata a circa il 35%, rischia di essere il primo partito. In sostanza, va al voto un’Italia con il broncio e che, a dispetto dei buoni dati statistici dell’economia, percepisce di non aver recuperato il benessere smarrito nel 2008. Se le cose stanno così, si capisce perché la ripresa potrebbe non tradursi in consenso verso i partiti di governo. Ma il nesso fra ripresa e argine al bacino degli scontenti e dei populisti non è in automatico. La domanda, come suggerisce qualche studioso, dovrebbe essere un’altra: considerando che ci vuole tempo perché i dividendi finiscano nelle tasche dei cittadini, l’interrogativo è se gli italiani hanno effettivamente smaltito gli 8 anni di crisi. Quel che s’intende per populismo, in ogni caso, è comparso prima della doppia recessione ed è nato come contestazione della classe politica: la discesa del Pil ha fatto da trampolino ad un fenomeno che già reclamava di esserci. Il portafogli è soltanto parte di una scelta che si gioca più che mai sul filo delle rappresentazioni e delle sensazioni fai-da-te. Nella stessa fascia astensionista è al lavoro passivo l’apolitico, che non è contro la politica, piuttosto il soggetto convinto che il proprio voto non conti nulla. Un profilo che convive con quello che potrebbe essere una figura decisiva: l’elettore «silente». Se ne sta immerso a bocca chiusa, non s’è espresso nei sondaggi, però osserva, afferra il sospetto che come lui ce ne siano tanti altri, coinvolto in un sentimento collettivo. Più tormentato che indeciso. L’elettore «silente» con la sua manina dell’ultima ora può essere ritenuto, a seconda delle contrastanti aspettative, l’ospite atteso o il guastafeste inatteso, capace di modificare i posti di una tavola già imbandita. Vedremo.


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