Lo tsunami leghista
In città tiene il Pd

Visto dalla Bergamasca, lo tsunami elettorale ha un protagonista pigliatutto: la Lega. Il balzo è avvenuto a spese di Forza Italia che esce sconfitta, lasciando sul terreno diversi punti. Quello del Carroccio salviniano è stato qualcosa di più di un semplice sorpasso e superiore agli stessi anni d’oro della stagione bossiana. Il travaso di voti, con relativi ribaltone e riequilibrio dei rapporti di forza, s’è consumato tutto nel centrodestra.

Niente di strepitoso dai 5 Stelle, il cui risultato conferma che la Lombardia non è la Sicilia: guadagnano qualcosa, ma sostanzialmente mantengono le posizioni del 2013, il loro esordio. Il dato sorprendente, in controtendenza rispetto al crollo nazionale, è la tenuta del Pd, e del centrosinistra, che conferma la quota di 5 anni fa e rimane il primo partito in città. Un Pd sostanzialmente urbano, con 2 punti sopra lo scivolone nazionale, mentre la distribuzione geografica della Lega non ha spazi vuoti e ha sfondato pure in territori nuovi, come Verdellino e Scanzo.

Alle ultime Politiche era in campo anche Scelta civica di Monti che aveva sfiorato il 12%, un consenso che solo in piccola parte è stato dirottato sulla Bonino. Allora non c’era Liberi e Uguali, che in pratica ha preso i voti di Sel. L’analisi non è definitiva perché mancano le Regionali, mentre per ora il parametro più indicativo è fornito dal Collegio plurinominale (proporzionale) della Camera che abbraccia la città e quasi tutta la provincia. Lo scarto tra Lega e Forza Italia è rumoroso: la prima, che tende al raddoppio, passa dal 19% al 35%, la seconda scende dal 19% al 12%. I grillini, con un punto in più, guadagnano il 17%. Il Pd scende di soli 2, al 20%, e la coalizione di centrosinistra resta invariata, al 23%. In città la Lega avanza dall’11% al 21%, ma resta 7 punti indietro al Pd, Forza Italia scende di 4 punti al 12% e i 5 Stelle sono al 16%. La Lega nelle valli viaggia al 40% come nel Collegio di Albino dove è stato eletto il segretario provinciale Belotti e in genere gli azzurri restano gregari. I grillini non hanno una zona d’elezione vera e propria e anche nella terra di Dario Violi, candidato presidente in Regione, niente di clamoroso: fra Costa Volpino, Lovere, Castro e Parzanica (sindaco grillino, l’unico della Bergamasca), la forchetta va dal 9% al 17%.

Quanto alla squadra romana, il centrodestra potrebbe raddoppiare il numero di parlamentari, mentre nel centrosinistra, risultato eletto il ministro Martina, sono in forse Misiani e la Carnevali. In definitiva: i grillini restano nel perimetro iniziale e senza potenziali espansioni nell’area antisistema occupata dalla Lega, Forza Italia si ritrova confinata nello zoccolo duro dei fedelissimi, il Pd si stabilizza sui dividendi di una solida tradizione che però lo identifica più con il ceto medio cittadino che con quello popolare.

Quel che fa la differenza è lo scatto salviniano, che non era scontato specie per gli umori alla Maroni che rimandano alla prima ora, anche sentimentale, del ribellismo popolano: sindacato del territorio, secessione-autonomia, «Roma ladrona». Quel forzaleghismo da Seconda Repubblica è superato e neppure rimpianto, con un passaggio dalla politica all’antropologia. Ma non è solo protesta. Pur nell’impasto di ambientazioni localistiche che peraltro parlano ad un’economia votata all’internazionalizzazione, questa Lega sovranista si colloca – per esplicita ammissione di Salvini – sulla scia di quel vento di destra che spira in Europa, specie in quella dell’Est, e con tutto ciò che di problematico ne consegue. Quel che finora s’è visto, e in attesa dei risultati per il Pirellone, è già una seria ipoteca sulle Amministrative del prossimo anno.

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