Mattarella ce lo ricorda: la pace ha un prezzo

«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». L’articolo 11 della Costituzione italiana (dietro il quale si cela il grande lavoro di Giorgio La Pira ai lavori dell’Assemblea Costituente) non è mai evocato abbastanza. Ieri faceva idealmente eco alle parole pronunciate al Quirinale dal capo dello Stato, che è anche presidente del Consiglio supremo di difesa in caso di guerra, in occasione della festa della donna, doverosamente dedicata alle soldatesse, alle madri, alle figlie dell’Ucraina devastata dai bombardamenti.

Mattarella ieri ha parlato di pace, richiamando il dovere di rispettare quell’ordine internazionale che la preserva e la protegge, basato sulla forza del diritto e non sul diritto alla forza. L’invasione ordinata da Putin, dettata da logiche imperialiste che appartengono al secolo passato, rappresenta il sovvertimento di quell’equilibrio, il rovesciamento, scriveva Tolstoj, di ogni logica di progresso umano e dunque va fermata con ogni mezzo. «In gioco non c’è solo la libertà di un popolo ma la pace, la democrazia, il diritto, la civiltà dell’Europa e dell’intero genere umano», ha ripetuto ieri Mattarella. L’Ucraina guidata dall’ex comico dimostratosi eroe Volodymyr Zelensky, il Paese che si rifiuta di fare da «Stato cuscinetto» subalterno come la Bielorussia o la Serbia e che si oppone coraggiosamente all’invasore russo è un baluardo dei valori supremi dell’Occidente.

«La nostra responsabilità di cittadini, di europei, ci chiama oggi a un più forte impegno per la pace, perché si ritirino le forze di occupazione e si fermino le armi, perché sia ripristinato il diritto internazionale e siano rispettate le sovranità nazionali». Una responsabilità, quella di collaborare al ristabilimento del processo di pace, cui l’Italia finora non si è sottratta. Non è un caso che il nostro Paese sia entrato nella lista nera dei nemici della Russia compilata dal Cremlino per via delle sanzioni. Ma questo naturalmente non fa recedere il governo dalla sua politica internazionale. Mattarella sposa in pieno la linea Draghi-von der Leyen sulla visione del conflitto: le sanzioni, l’invio di armi, l’ostinata ricerca di una ricomposizione diplomatica, il dialogo ad ogni costo. Ma anche la fermezza nel riaffermare i valori di libertà di una nazione. Di fronte all’arbitrio e alla sopraffazione l’indifferenza sarebbe il peggiore dei mali.

L’inquilino del Quirinale non è soltanto un protagonista della storia, è anche un cultore di storia. E infatti non ha mancato di sottolineare l’anacronismo di questa «folle» guerra, riagganciandosi alle parole pronunciate da Papa Francesco domenica. «Non è tollerabile - sottolinea Mattarella - e non dovrebbe essere neppure concepibile che, in questo nuovo millennio, qualcuno voglia comportarsi secondo i criteri di potenza dei secoli passati; pretendendo che gli Stati più grandi e forti abbiano il diritto di imporre le proprie scelte ai Paesi più vicini, e, in caso contrario, di aggredirli con la violenza delle armi». In questo momento il mondo sta andando «à rebours», come scriveva il grande storico e animatore della resistenza francese March Bloch. E lo fa «provocando angoscia, sofferenze, morti, disumane devastazioni». Questo «ritorno all’indietro della storia e della civiltà» va fermato subito, con decisione. Ma tutto questo non sarà indolore. Comporterà sacrifici altissimi per le democrazie. Mattarella lo sa e non manca di ricordarlo. «Opporsi oggi a questa deriva di scontri e di conflitti comporta dei prezzi; potrebbe provocare dei costi alle economie dei Paesi che vi si oppongono». Un prezzo da pagare. Poiché l’indifferenza sarebbe molto peggio, i costi della libertà sarebbero di gran lunga inferiori a quelli che si pagherebbero «se quella deriva non venisse fermata adesso».

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