Nuovo umanesimo del lavoro

Nuovo umanesimo
del lavoro

La sfida culturale di oggi è ritrovare la dimensione umana del lavoro come elemento di cittadinanza, di partecipazione e inclusione. Oggi alcuni teorizzano il futuro senza lavoro, vivendo di sussidi pubblici sostenuti dalla tassazione dei robot che lavoreranno al posto nostro. I sussidi pubblici, ovviamente, servono solo per permetterci di comprare ciò che le macchine producono.

Questa prospettiva potrebbe apparire allettante, noi saremmo solo dei consumatori, mentre la fatica del lavoro l’assumerebbero le macchine. Questa visione parte dall’assunto che il lavoro serve solo come elemento di reddito, perché oggi ha valore solo ciò che si può misurare attraverso un prezzo.

Quindi il lavoro non è un percorso di relazione tra le persone, non è un percorso di crescita personale, non è uno strumento di autonomia e di emancipazione, non è la continuazione della creazione per i credenti, non è uno sforzo collettivo dove ognuno può fare delle scelte che determinano il proprio futuro e quello della società. Questa visione del mondo priva di valori va ribaltata totalmente con una nuova visone che metta al centro la persona nel lavoro, un nuovo umanesimo del lavoro quindi per affrontare l’era dei robot. Il lavoro deve essere vissuto come impegno collettivo di coesione e inclusione sociale.

Includere i giovani che sono la migliore ricchezza che possiede il nostro Paese: possiedono l’intraprendenza necessaria per tracciare nuove strade di cui il nostro Paese ha un estremo bisogno. Siamo una società invecchiata che, come tale, tende a conservare più che a innovare. Inclusione del lavoro femminile per migliorare il lavoro e favorire la natalità: le donne in Italia spesso si trovano ancora a dover scegliere l’alternativa tra lavoro e famiglia. Serve una vera politica straordinaria di sostegno alla natalità, servizi come asili e scuole gratuite, sostegni economici duraturi e certi che permettano di scegliere e investire nel vero progetto di futuro che sono i figli. Occorre una vera politica organizzativa in ogni azienda che favorisca la conciliazione tra lavoro e famiglia per madri e padri.

Inclusione verso chi è stato espulso dal lavoro durante la crisi: cercare lavoro a 45- 50 anni significa ritrovarsi non più giovane ad elemosinare un lavoro, spesso trovando quelli saltuari, regolati da contratti pirata che inseriscono le persone nella categoria che si sta maggiormente diffondendo anche nel nostro Paese: quella dei cosiddetti lavoratori poveri (working poor). Da tempo sosteniamo l’esigenza di dare la possibilità di sottoscrivere contratti nazionali solo a chi rappresenta realmente lavoratori e aziende, purtroppo nel frattempo i contratti nazionali nel periodo della crisi si sono più che raddoppiati passando da poco più di 400 a 880; tutti con diritti e retribuzioni inferiori a quelli firmati da Cgil, Cisl e Uil. Inclusione delle persone fragili e disabili: anche nella nostra provincia le malattie professionali e gli infortuni sul lavoro non sono in calo purtroppo, e questo è un’ulteriore segnale preoccupante della scarsa attenzione alla persona sul lavoro, oltre alla scarsa tutela della salute e dell’ambiente; in alcune aziende assistiamo alla difficoltà nel reinserimento lavorativo, spesso si preferisce pagare penali piuttosto che assumere invalidi o disabili.

In generale il lavoro deve essere valorizzato maggiormente e per far questo serve anche ottenere una più equa distribuzione della ricchezza creata tra capitale e lavoro. In questi ultimi anni la globalizzazione e le politiche economiche neoliberiste hanno aumentato la divaricazione tra valore aggiunto distribuito al lavoro e quello remunerato al capitale. Chi detiene i mezzi economici ha potuto godere delle migliori opportunità offerte dai vari Paesi, incrementando i profitti, utilizzando un lavoro sempre meno costoso, proveniente da Paesi privi di un sistema di protezione sociale, tutele ambientali e diritti sindacali, spesso pagando tasse irrisorie nei Paesi dove vendono i prodotti finiti, così facendo hanno indebolito lavoratori e cittadini sottraendo risorse al welfare. Questa tendenza va invertita altrimenti l’aumento delle diseguaglianze porterà all’inasprimento dei conflitti e all’imbarbarimento delle relazioni, in particolare nei Paesi avanzati, ai quali la politica non basterà per dare risposta con sussidi economici tampone e per contrastare questa tendenza dovremmo creare alleanze con i Paesi europei più avanzati dal punto di vista sociale.

Anche i singoli Stati devono fare la loro parte per diminuire le diseguaglianze, riducendo le tasse sul lavoro e sulla famiglia, eliminando l’evasione e l’elusione fiscale, che sottrae risorse da utilizzare per la spesa sociale-pubblica. Ricordiamo che nel nostro Paese, campione in Europa, l’evasione fiscale ammonta a 150 miliardi di euro all’anno. Gli investimenti per le infrastrutture pubbliche, che sono anche a loro volta precondizioni per lo sviluppo di un Paese o di un territorio, non vanno oltre una prospettiva di realizzazione che superi una legislatura in un Paese in campagna elettorale permanente.

La grande sfida oggi all’inizio dell’era dell’interazione uomo-macchina è la valorizzazione della persona per un lavoro sempre più umano, basato sulla conoscenza, costruito con il coinvolgimento e la partecipazione di tutti, fondato su scelte etiche generali come la salvaguardia dell’ambiente, l’inclusione e l’aiuto ai più bisognosi e anche le aziende che valorizzeranno le persone saranno quelle più competitive nel futuro. Il mondo del lavoro è stato in Italia un promotore di sviluppo, benessere, uguaglianza ed emancipazione per tutti contribuendo a creare uno sviluppo che ha saputo mettere insieme ricchezza e solidarietà. Per il movimento sindacale confederale e per noi della Cisl in particolare, anche in futuro la sfida sarà quindi ancora più forte per mettere al centro della nostra azione la persona: giovani, anziani, lavoratrici, lavoratori e pensionati! Quindi buon 1° Maggio a tutti: nessuno escluso.

*segretario generale Cisl Bergamo


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