Riforme: Matteo va Mentre Silvio arranca

Riforme: Matteo va
Mentre Silvio arranca

Ancora un voto positivo per la riforma costituzionale avviata dal governo di Matteo Renzi. Non è finita, naturalmente, è lunga la strada - tracciata dalla stessa Costituzione nel caso di sua modifica - e si concluderà con un referendum popolare per cui l’ultima parola spetterà agli italiani.

Dovranno dire se vogliono che l’antiquato e barocco sistema del bicameralismo perfetto (una nostra specialità, poco invidiata all’estero) venga superata con questo compromesso che non abolisce il Senato ma ne miniaturizza il peso e le competenze. Dovranno poi dire se condividono che si cambi l’attuale ripartizione delle competenze tra lo Stato e le Regioni, figlia di una scombiccherata riforma varata dal centrosinistra nel 2001 che ha creato sprechi, lungaggini, burocrazia e una montagna di contenziosi tra le istituzioni centrali e quelle periferiche. Infine, gli elettori dovranno esprimersi sulla cancellazione del Cnel e soprattutto delle province.

Nel frattempo, questa riforma alla Camera è stata votata dalla sola maggioranza di governo. Forza Italia, i cui uomini fino ad un mese fa hanno contribuito a scriverla fin nelle virgole, ora la considera - parola di Renato Brunetta - una «riforma mostruosa», per cui i suoi deputati hanno votato «no». Salvo che alcuni - non pochi:18 - quelli che ormai chiamano i «nazareni» ossia i nostalgici del vecchio Patto, hanno messo per iscritto che avrebbero seguito l’indicazione di Berlusconi per pura disciplina di gruppo ma con un enorme disagio, medicabile solo guardando rotolare la testa del loro focoso capogruppo Brunetta. La sinistra democratica, a parte qualche eccezione, ha votato sì ma ha avvertito che è l’ultima volta che lo fa (un classico penultimatum) se nel frattempo non verrà rigirata come un calzino la parallela riforma delle legge elettorale. Renzi ha già risposto che non se ne parla, e vedremo se Bersani sarà conseguente, e voterà contro il suo partito e il governo che sostiene. Quanto ai Cinque Stelle, ieri mattina se ne sono andati dall’aula perché non solo ritengono anch’essi come Brunetta che la riforma sia un mostro, ma pensano che la si stia approvando seguendo metodi «fascisti».

Dunque per riassumere: Renzi si porta a casa ancora un voto favorevole alla riforma che è l’architrave del suo governo (se non si approvasse in via definitiva, non è un mistero che palazzo Chigi chiederebbe a Mattarella di sciogliere le Camere e di andare subito al voto). È vero che il premier somiglia ogni giorno di più ad un equilibrista che deve trovare ad ogni passo il sistema per rimanere in piedi sulla corda, però il fatto è che lui in piedi ci rimane, mentre gli altri vanno nella confusione. Questo è infatti il risultato politico: Forza Italia è nel caos e la sinistra dem non sa che pesci prendere oltre che minacciare sfracelli futuri. Quanto ai pentastellati, pensano che sia utile andarsene a spasso mentre Matteo Salvini, ancora alle prese con i veneti riottosi, si spinge sempre di più verso una destra che di sicuro lo compenserà elettoralmente ma rischia anche di lasciarlo nell’angolo.

Se Renzi si conferma per quel fuoriclasse di spregiudicatezza tattica che gli assicura a ripetizione i risultati che si prefigge, chi oggi appare più in difficoltà più di tutti è Berlusconi: l’ex Cavaliere è riuscito per il rotto della cuffia a convincere i «nazareni» a dargli retta ma ha dovuto giocarsi tutto il suo prestigio con ciascuno di loro per ottenere faticosamente l’obbedienza. L’ennesima riprova della crisi di Forza Italia, una crisi politica profonda che ha nella leadership –e non era mai successo – un motivo soprattutto di debolezza. A chi però cerca di convincere Berlusconi a tornare sui suoi passi e a parlare con Renzi, lui stesso replica che non si può permettere il lusso di perdere per strada l’alleanza con uno che ha il vento in poppa come Salvini. «Ma noi non moriremo leghisti!» gli ripetevano sempre di più i suoi parlamentari. Lui però mentre li ascoltava dava l’impressione di pensare soprattutto alla sentenza della Cassazione che ancora una volta lo riguardava.


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