Un tecnico prudente e l’interesse del paese

Un tecnico prudente
e l’interesse del paese

Essenziale e concreto: così l’intervento del ministro dell’Economia e delle Finanze, ieri a Bergamo, al giuramento degli allievi ufficiali dell’Accademia della Guardia di Finanza. Giovanni Tria, senza sorprese, è rimasto nel perimetro dell’attività di contrasto al crimine economico-finanziario propria delle fiamme gialle, elogiandone la professionalità. Mali antichi e nuovi, come la lotta all’evasione fiscale per poter ridurre la tassazione sui fattori produttivi e sostenere la crescita e le misure di cybersecurity. Due soli riferimenti all’attualità: il reddito di cittadinanza, dove gli uomini della Guardia d Finanza sono chiamati a controlli in difesa dei cittadini onesti e bisognosi, e l’urgenza di continuare sulla strada delle riforme strutturali.

Il discorso di Tria giunge mentre è in pieno svolgimento la guerriglia fra Di Maio e Salvini, i gemelli diversi fattisi fratelli-coltelli, e all’indomani del rimbalzo che ci ha fatto uscire dalla recessione tecnica. Ma il sospiro di sollievo degli azionisti di maggioranza è stato cancellato dal riaccendersi dello scontro elettoralistico fra i due vice premier, destinato comunque a non deflagrare adesso: si andrà avanti così sino al 26 maggio. Un conflitto a intensità variabile e a fisarmonica, dal caso Siri a tutta l’agenda, in cui i due contraenti si stanno posizionando in questo modo in attesa del voto europeo: Salvini giocherà la sua ipotetica crescita di consensi in chiave italiana, Di Maio, che teme di scivolare, non ne darà una lettura domestica ma esclusivamente confinata nella dimensione europea.

Il contesto della pausa bergamasca di Tria non era evidentemente «politico» e così è stato: del resto il ministro, un tecnico di valore e dall’eloquio asciutto, è fuori dalle controversie fra partiti e fra i due vice premier. Anche per questo è una solida garanzia istituzionale. Tuttavia i discorsi dei ministri vanno passati al setaccio anche per quel che non dicono, o che non possono dire: a fin di bene. Tria usa poche parole perché conosce i tanti numeri ed è il più informato dei fatti di ieri e prossimi venturi. Quel che doveva dire l’aveva già spiegato qualche giorno fa con una uscita realistica: qui, di fronte all’insostenibile leggerezza finanziaria dei due partner, c’è il rischio di un aumento dell’Iva. Per il momento si è passati dalla recessione alla stagnazione ed è vero – come sottolinea il ministro nell’intervista a «L’Eco» – che i fondamentali dell’economia italiana sono a posto, ma il quadro finanziario, con il debito che abbiamo e con lo spread ballerino, non consente voli spensierati. Per scongiurare il rincaro dell’imposta sui consumi servono 23 miliardi, più il resto: bisogna rastrellare circa 40 miliardi per la prossima legge di stabilità, solo per fare il dovuto ed evitare il peggio.

Si capiscono così la necessaria prudenza e l’utilità di una presenza responsabile come quella di Tria: lontano evidentemente da chi scorge l’Apocalisse, ma pure da chi vede tutto rosa. Consapevole che l’influenza di un governo sulla crescita è limitata, almeno nel breve periodo, e che, al di là di ogni evidenza contraria da parte di una certa politica, occorre investire sul capitale-fiducia. Senza fughe in avanti: la flat tax può attendere, a malincuore certo, perché la cornice di bilancio non lo permette. La cura Tria, pur con i margini che può avere, è un richiamo ai due solisti perché riprendano contatto con la realtà, con la prosa impietosa dei numeri: il convitato di pietra, pronto a presentare il conto, è l’economia. E ci va di mezzo il destino dell’Italia, compreso quel manifatturiero nordista elogiato dal ministro.


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