Una metà campo
in cerca d’autore

Giusta o sbagliata, la scelta di Berlusconi di condividere il palco con Salvini a Bologna segnala, anche fisicamente, i nuovi rapporti di forza nel centrodestra, resi visibili in quella che è annunciata come la più significativa manifestazione della Lega degli ultimi tempi. Una piazza contro le politiche del governo certamente, ma anche le prove generali per ricomporre un centrodestra in cerca d’autore e di una nuova ragione sociale?

È la prima volta che l’ex uomo forte dell’Italia dei moderati gioca il ruolo, nella migliore delle ipotesi, di semplice co-protagonista in una metà campo che appare a trazione leghista e questo accompagna la fase crepuscolare di Berlusconi. Le sue stesse contorsioni (vado, non vado, forse sì, forse no), che hanno diviso il partito, indicano un’indecisione che contrasta con la storia dell’ex premier: andare a Bologna può significare gettare le basi di una rinnovata alleanza con l’ingombrante ragazzo con la felpa per controllarlo e per non lasciarselo scappare di mano, o viceversa prendere atto che una stagione sta per finire, che la coabitazione è sempre più difficile e che la staffetta è alle porte. C’è chi ha osservato che Salvini è pur sempre l’alleato indispensabile, che i due alla fine devono sostenersi l’un l’altro: esatto, ma superare un equilibrio ventennale non è una nota a margine. Bologna remunera il capo leghista, non Berlusconi, che resta nella trappola della «doppia appartenenza»: in Europa, rientrati i contrasti, con la Merkel e da noi con un lepenismo all’italiana.

Dettagli? Mica tanto. Forza Italia è un’area terremotata e non è una buona notizia per una democrazia funzionante: in due anni, 2013-2014, ha perso 9 milioni di elettori e circa due terzi del gruppo dirigente, mentre l’ex azzurro Cicchitto ha scritto che «in questi anni Berlusconi non ha tenuto mai ferma una linea politica per più di un mese e ha proceduto a zig zag». E nel frattempo non s’è fatto mancare qualche autogol. Dunque, una convivenza fra una parte debole e una forte? Salvini è troppo forte per fare il partner obbediente, ma troppo debole per una leadership incontrastata, che peraltro spaventerebbe i moderati adusi alla tranquillità delle buone maniere. La Lega, secondo i sondaggi, è al 14% ma da lì non si schioda come se la sua capacità espansiva si fosse esaurita. Il leader lumbard, reduce dal mancato sfondamento a Sud, è un incendiario ma sa anche essere un realista e qualche arretramento rispetto ai recenti fuochi d’artificio si nota. Da un lato il governo c’è: ha incassato il successo dell’Expo e va avanti con le riforme. Dall’altro l’area anti sistema, nella versione apocalittica di un’Italia allo sfascio, è presidiata da Grillo.

L’esperienza della Grecia sconsiglia l’arrembaggio sull’euro, la stessa Europa (almeno in Italia) non è più la bestia nera di un tempo, l’immigrazione è una rendita di posizione ad andamento ciclico e senza pilota automatico: più la crisi umanitaria è gestita, più scende la febbre di una certa opinione pubblica. L’idea forte, poi, della tassa unica al 15% in vigore in alcuni Paesi dell’Est non scalda la base sociale. Infine, qualche problema nella Lega esiste. La sensazione è che il clima stia svoltando e che le carte spendibili siano già state giocate da Salvini: le può infiocchettare meglio, ma il menu è stato servito da tempo. Un po’ di lotta quando serve, un po’ di governo (Maroni e Zaia) quando è necessario. Il vero appuntamento non è Bologna, ma il voto di primavera in città come Milano. Strada facendo, potremmo scoprire che nel centrodestra tutto si muove perché nulla cambi.

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