Quel treno per Coira

di Giorgio Gandola

C’è qualcosa che non va nel mondo se anche un treno svizzero deraglia. Non capita neppure nei plastici per far felici i bambini, anche lì per tradizione i convogli elvetici partono in orario, arrivano puntuali e non escono mai dai binari.

Quel treno per Coira

C’è qualcosa che non va nel mondo se anche un treno svizzero deraglia. Non capita neppure nei plastici per far felici i bambini, anche lì per tradizione i convogli elvetici partono in orario, arrivano puntuali e non escono mai dai binari.

Eppure è successo, alcune famiglie piangono, tre vagoni sono rimasti appesi al nulla per alcune ore a Tiefencastel, fra Saint Moritz e Coira, nella foresta delle favole che ciascuno di noi ha imparato ad ammirare almeno una volta in vacanza. Il trenino rosso (anche se questo lo era solo parzialmente) accompagna i turisti che si avventurano nei Grigioni e in Engadina, è una presenza discreta che significa silenzio, rispetto per la natura, efficienza.

Tradito da una frana, da un pugno ai fianchi partito dalla montagna, è finito fuori binario. E noi con lui, ammutoliti di fronte a quelle fotografie che indicano come persino in Svizzera possa accadere, per fatalità o incuria, ciò che siamo abituati a giudicare con sguaiata autoflagellazione qui da noi.

La natura è cosa viva, respira e si muove, qualche volta dalla parte sbagliata. E ci costringe a tenerne conto, accompagnati dal senso dell’infinitamente piccolo che è la nostra condizione. Succede anche in Svizzera, quindi può succedere. Questo non significa essere passivi e fatalisti, ma neppure cercare colpevoli in fondo a inchieste giudiziarie qualche volta cervellotiche. Piuttosto, resta l’ammirazione nei confronti di un popolo che in tre ore ha risolto l’emergenza, ha messo in sicurezza i vagoni pericolanti (noi in Liguria abbiamo impiegato più di un mese) e non ha strillato al complotto degli elementi.

In una parola, svizzeri. Buon Ferragosto a loro, e soprattutto a voi.

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