Carofiglio ci svela i segreti dell’arte dell’indagine

Carofiglio ci svela i segreti
dell’arte dell’indagine

Una palestra per la riabilitazione, dopo una operazione di protesi d’anca. Questo strano teatro, questa eccezionale circostanza di sospensione, pausa, convalescenza, straniamento dal «tourbillon de la vie», accomuna e avvicina due uomini, due storie quanto mai diverse.

Solo in un lungo momento di sospensione poteva svolgersi il lungo dialogo a puntate in cui consiste, in sostanza, l’ultimo libro di Gianrico Carofiglio: «La versione di Fenoglio». Tra spalliera e cyclette, esercizi consumati con ipnotica rassegnazione, inquieta metafora del non senso, si confrontano un maresciallo dei carabinieri, cinquantottenne come Carofiglio (1961), e un giovane ventitreenne, all’ultimo anno di Giurisprudenza. Fase ineunte ed exeunte, un ragazzo senza qualità, ancora privo di una vera forma, che non sa quello che vuole fare da grande, ma sa benissimo, montalianamente, quello che «non» vuole fare. E un uomo sul declivio scivoloso verso la pensione, che ha rinunciato a studiare, ed ora assapora lo sgomento di fronte alla privazione della routine che, per decenni, gli è servita a placare l’angoscia.

Come il precedente romanzo, «Le tre del mattino», anche questo è costruito come dialogo-confronto fra un ragazzo e un post-adulto. Ma, qui, la situazione serve da innesco perché il carabiniere, il Fenoglio del titolo, possa raccontare al giovane Crollalanza (traduzione di «Shakespeare» in terra di Bari) come si sono svolte delle indagini a cui ha partecipato. Perché, come viene ripetuto, non a caso, a inizio e fine del libro, «le storie non esistono se non vengono raccontate». All’inizio, di nuovo, non a caso, il ragazzo chiede a Fenoglio «quanto ci sia di vero nei romanzi e film polizieschi», e il carabiniere risponde: «Poco, di sicuro pochissimo in quelli italiani». Lo svolgersi del romanzo sembra una risposta, o una controproposta, rispetto all’eccesso di romanzesco e falsità nelle fiction di ambito poliziesco. Una restituzione del lavoro di indagine da uno che lo ha fatto. Il Carofiglio romanziere qui usa, probabilmente, materiali accumulati dal Carofiglio (già) magistrato, che omaggia i suoi vecchi collaboratori (e colleghi). Tutt’uno, anche, con il Carofiglio politico che, non a caso, in tanti dibattiti pubblici, lamentava che molti colleghi-rivali parlassero di leggi e giustizia senza avere la minima idea di come funzionassero davvero indagini e processi. 


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