Domenica 14 Ottobre 2012

La vita da mediano di Rocca:
io, il golf e il provino all'Atalanta

La penna è un «ferro» che non lo lascia respirare. Al Parco dei Colli, una mattina mite, Costantino Rocca ha un gran daffare. «Devo firmarti anche questo?», chiede guardando la copertina del libro. Risposta: «Sì, questo è per Pato». Quel Pato? Sì. A Pato con amicizia, firmato Costantino.

«In America ancora oggi mi chiedono: sei qui per Tiger Woods? In Italia, fino a questo colpo, mi chiedevano: che fai tu nella vita?». Ha fatto l'operaio perché figlio di un operaio, il caddie perché fratello di un caddie, il golfista perché la mamma gli ha prestato 7 milioni (di lire) per continuare a sognare.

Ha scoperto lo swing giocando di notte nel circolo coi tondini di ferro e il golf perché il campo nel quale tagliava il fieno da bambino dava sulla buca 13. È diventato Costantino Rocca perché ha vinto con Tiger Woods e ha perso al British Open del ‘95, dopo un colpo che ha acceso l'Italia e una domanda: chi è quel signore?

È nelle 177 pagine di «Costantino Rocca, autobiografia di un campione». È la storia dell'operaio diventato caddie, del caddie diventato campione, dell'ultimo campione che ha battuto Tiger Woods in Ryder Cup. È una favola italiana che sa d'America e per questo in America pensano a un film su Costantino e alla versione inglese del libro.

Rocca sbarca a Hollywood: sorpreso?
«No. In America stravedono per me, ma io ho un altro sogno».

Quale?
«Campi pubblici per i ragazzi e un centro ad hoc fuori dai circoli. Con tre buche, un campo pratica, un putting green, un albergo per i bambini che vanno a scuola, tornano, studiano, mangiano e giocano a golf. Se me lo chiedono lo dirigo io, anche qui a Bergamo».

Francesco Molinari ha brillato nelle recente Ryder Cup. Ma Molinari non ha battuto Woods, Costantino Rocca sì: gli allievi non sono pronti per finire in un libro?
«Francesco è il giocatore italiano che più mi assomiglia. Meno estroso di altri, costante, metodico come me. Ma non è Tiger il motivo di questo libro, non quella vittoria alla Ryder Cup del ‘97. Non mi sono mai sentito un fuoriclasse e non mi piace atteggiarmi a numero uno. Questo libro mi ha centrato. È una biografia giusta».

Ha dovuto scegliere tra pallone e pallina?
«No. Però ero un buon mediano e a 13 anni feci un provino con l'Atalanta. Ma mio padre mi voleva in fabbrica. È un lavoro più sicuro, diceva. Aveva gli stessi dubbi sul golf: non è il tuo ambiente, pensava. Poi non ha più perso una mia gara di golf in televisione».

Leggi le due pagine dedicate all'argomento su L'Eco di domenica 14 ottobre

m.sanfilippo

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