Lunedì 03 Febbraio 2014

L’avvocato delle sfide estreme

Di corsa in Alaska per 340 chilometri

Roberto Aldovini

Dopo che Sean Penn ha pensato bene di raccontare al mondo intero la sua storia, Chris McCandless è diventato una sorta di icona, nel bene o nel male: eroe per qualcuno, stupido incosciente per altri. Sta di fatto che un po’ tutti, rapiti dalle atmosfere di Into the Wild, hanno anche solo per un istante bramato una corsetta in Alaska, giusto per vedere l’effetto che fa: poi, c’è anche chi ha pensato di mettersi alla prova con oltre trecento chilometri tra i ghiacci ed eccoci di nuovo all’amletico dubbio di partenza.

Ma fornire una risposta di fronte all’impresa che sta per portare avanti Roberto Aldovini è senz’altro più facile: forse non va considerato propriamente un eroe, ma di certo non è nemmeno così imprudente da andare allo sbaraglio senza sapere in cosa si sta imbattendo. Sta di fatto che l’avvocato delle nevi ha pensato bene di (ri)buttarsi in una folle avventura ghiacciata, immergendosi nel gelo dell’Alaska per quattro giorni, giusto il tempo di farsi duecento miglia a piedi (340 km): non una novità per chi ha già corso sia a quelle latitudini che nel Circolo Polare Artico, ma un coefficiente di difficoltà che si alza di fronte alle condizioni ambientali sempre più proibitive. Via in mezzo al nulla, in un bianco sconfinato e con la propria interiorità come unica compagna di viaggio: roba per pochi intimi, se è vero che alla gara in questione si sono iscritti in trenta, ma poi quasi tutti hanno abbandonato, tanto che quelli che venerdì prossimo si presenteranno effettivamente ai nastri di partenza (a nord di Anchorage) si conteranno sulle dita di una mano, o al massimo due.

Pazzia? Forse un pizzico, accompagnata però da una gran voglia di avventura e di emozioni: «In queste situazioni, mi affascina il fatto di rimanere da solo, vivere il rapporto con me stesso e scoprire ogni volta qualcosa che non sapevo: le sensazioni si acutizzano e si passa dallo sconforto della stanchezza acuta fino alla gioia estrema per una coca-cola nel momento di pausa», spiega lui, che conosce già i pro e i contro. Tanto da non avere avuto dubbi nel momento in cui si era sparsa la notizia della rinascita della prova in questione, la mitica Iditasport, risorta proprio in questo 2014 dopo vent’anni di stop: «Molte altre gare sono sorte nel suo solco: è la più vecchia e la più affascinante. Dopo le precedenti esperienze da queste parti, a International Falls (il luogo più freddo degli Stati Uniti continentali, ndr) e al caldo della Death Valley non potevo non partecipare».

Dunque, qualche parolina a casa per tranquillizzare papà e fidanzata e una settimana di ferie dal lavoro, presso l’azienda svizzera per la quale presta servizio nel settore legale. «Sono tutti molto preoccupati: probabilmente, mio padre avrebbe preferito che gli dessi qualche dispiacere piuttosto che un’angoscia del genere: è riuscito a convincermi a portare con me un gps, cosa peraltro vivamente consigliata dall’organizzazione».

Ma Roberto Aldovini, quarantunenne di Treviglio che da un anno vive in provincia di Como per via del lavoro in Svizzera, non ha mai avuto paura e il tempo degli allenamenti è già scattato da parecchio: in palestra a ogni pausa pranzo, ma soprattutto un paio d’ore di corsa con il suo cane Scilla ogni sera e interi sabati sui monti bergamaschi, simulando le situazioni più estreme: «Mi abituo a gestire la stanchezza e la fame e provo a completare una settantina di chilometri ogni sabato, pareggiando una singola tappa in Alaska». Per la cronaca, nel profondo Nord, la ultramaratona avrà una durata massima di novantasei ore, con cinque checkpoint sparsi per il percorso: «I veri esperti del ramo si fermano spesso e dormono una ventina di minuti ogni volta. Io ho come idea quella di dormire qualche ora a metà del percorso: ma, ovviamente, non si possono fare troppi calcoli, perché può capitare di tutto».

Nel bianco d’Alaska, Roberto sarà irrimediabilmente solo, trascinando faticosamente con sé una slitta contenente viveri, sacco a pelo, ciaspole, giacche a vento, calze e benzina. Gli avversari li incrocerà giusto alla partenza: «La solitudine non mi spaventa, ma nei pochi momenti in cui incroci qualcuno, riesci a stringere rapporti speciali. In un’occasione ho corso una cinquantina di chilometri al fianco di una ragazza del posto con cui ho stretto una vera amicizia, un’altra volta ho conosciuto un signore di Anchorage che ora si è trasferito a vivere con moglie, figli e due husky in una tenda in quelle terre: per più di sei mesi è isolato dal mondo». Già, perché quelle lande desolate le raggiungi solo con gli aerei che atterrano sul ghiaccio e quelle strade ricalcano i vecchi percorsi dei cercatori d’oro di fine ‘800, barcamenandosi tra piccoli villaggi abbandonati, un tempo abitati dai nativi americani.

«Ma da quando ho scoperto questa realtà non so più farne a meno: l’ordine di arrivo è totalmente ininfluente, il sogno è arrivare fino in fondo», giura l’avvocato, che non ha mai corso una vera maratona e che fino ai trentatré anni limitava la sua esperienza sportiva a qualche campionato di pallacanestro. Poi, la scoperta di un nuovo mondo e, nel 2006, la prima corsa, nel deserto di Boa Vista, un’isola di Capo Verde: con un clima leggermente più caldo rispetto all’Alaska e all’Iditasport. Gara il cui motto recita «the cowards won’t show and the weak will die», tradotto: i codardi non si mostreranno e i deboli periranno. Ma Roberto Aldovini non è né l’uno, né l’altro e, di certo, ha le idee ben più chiare rispetto a Chris McCandless.

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