Ezia Maccora racconta la sua lotta «Ricoverata, Bergamo nel cuore»

Ezia Maccora racconta la sua lotta
«Ricoverata, Bergamo nel cuore»

Nel suo racconto la giudice, uno dei magistrati milanesi contagiati da Covid-19, dà conto di tutti i momenti «difficili” della sua lotta contro il virus.

«Abbiamo un sistema sanitario straordinario che deve essere difeso e potenziato» e tutto il personale degli ospedali merita «un ringraziamento collettivo, senza di loro oggi io, per prima, non sarei qui a raccontare quello che mi è accaduto». Lo scrive, in un intervento pubblicato sulla rivista questionegiustizia.it e ripresa da Ansa, il vicepresidente dell’Ufficio gip di Milano, Ezia Maccora, colpita, assieme al marito medico, dal Coronavirus e poi guarita, in una lunga «testimonianza personale per far memoria». Maccora è molto legata a Bergamo: era arrivata in Tribunale nel 2002, all’ufficio Gip-gup, proveniente dal tribunale di sorveglianza di Milano. Dopo l’esperienza al Csm, nel 2010 è tornata all’ufficio Gip-gup di Bergamo.

Nel suo racconto la giudice, uno dei magistrati milanesi contagiati da Covid-19, dà conto di tutti i momenti «difficili” della sua lotta contro il virus. Da quando sono iniziati «i primi malesseri l’8 marzo» fino all’arrivo «all’ospedale Bolognini di Seriate», nel Bergamasco, «dove lavora mio marito», anche lui poi ricoverato.

Poco dopo il ricovero, racconta il magistrato, «arriva il medico responsabile del reparto e mi comunica che nel letto accanto ricovererà anche mio marito, che nel frattempo aveva fatto la Tac ed era risultato positivo. Una stanza a due letti - prosegue - trasformata in una matrimoniale per pazienti Covid-19, con somministrazione di ossigeno per aiutarci a respirare». Le giornate e le notti «erano scandite dai tempi dei prelievi (ho scoperto quello arterioso dolorosissimo), dalla somministrazione della terapia farmacologica, dalla rilevazione della temperatura e della saturazione». In quel reparto sub-intensivo, spiega ancora Maccora, «erano ricoverate tante persone che conoscevamo ma che non potevamo vedere, ognuno era confinato nella propria stanza». E ancora:«Ascoltavo le informazioni sulle condizioni di altri pazienti di cui mio marito aveva predisposto il ricovero o che erano entrati successivamente. Un bollettino giornaliero che mi dava l’impressione di appartenere ad una grande famiglia».

Piano piano, poi, «la febbre è andata via e ho completato la cura antibiotica, antiinfiammatoria e retro-virale (molto pesante)». Mentre il marito si è aggravato: «Per giorni è stato attanagliato nella morsa di una febbre altissima, non mangiava e non reagiva a nessuno stimolo». Ora, scrive il gip, «è passata più di una settimana dalle dimissioni dall’ospedale e le forze aumentano ed anche la mia capacità di concentrazione. Tra qualche giorno anche mio marito sarà a casa». Il dolore e la sofferenza provata e vista, conclude, «non possono restare confinati all’esperienza personale». Le immagini delle bare «che lasciano il piazzale del cimitero di Bergamo alla ricerca di altri lidi per la cremazione resteranno per sempre scolpiti nella mia mente e nel mio cuore».


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