«Il caso Bergamo può insegnare molto» Burioni commenta i dati dell’indagine

«Il caso Bergamo può insegnare molto»
Burioni commenta i dati dell’indagine

Il professor Roberto Burioni commenta i dati sui decessi raccolti grazie a l’indagine del nostro giornale: «Numeri impressionanti che confermano l’esigenza di introdurre l'isolamento nei momenti iniziali dell’epidemia».

«Il caso di Bergamo, con i dati che avete diffuso, può insegnare molto». È stato tra i primi a dare l’allarme, a dire che la quarantena era fondamentale per limitare il contagio. La politica l’ha ascoltato con ritardo, troppo ritardo.

Roberto Burioni, professore di Microbiologia e virologia all’Università Vita-Salute del San Raffaele a Milano, ha letto con attenzione l’indagine condotta da L’Eco di Bergamo e InTwig, lanciata per verificare con precisione i numeri dei decessi avvenuti in Bergamasca nel mese di marzo 2020 attraverso i dati raccolti con la collaborazione dei Comuni. I risultati dicono che negli ultimi 31 giorni sono morte circa 5.400 persone di cui 4.500 riconducibili a coronavirus. Da questi dati è possibile stimare anche il numero dei contagiati in tutta la provincia: 288 mila. «La cosa importante che emerge è che le dimensioni del contagio sono molto superiori rispetto a quelle indicate dal numero di tamponi positivi - spiega Burioni -. Succede sempre nel momento caotico dell’epidemia. I numeri reali che provengono da alcune zone di Bergamo sono particolarmente impressionanti. È legittimo pensare che questa epidemia in queste zone abbia avuto una dimensione ancora maggiore».

Molti invocano un monitoraggio più capillare attraverso i tamponi, che in provincia di Bergamo è stato riservato quasi solo alle persone ricoverate in ospedale, almeno nella fase più emergenziale. Un monitoraggio che servirebbe a capire davvero quali sono le persone contagiate per evitare che il virus si diffonda. «Cosa è stato sottovalutato? Il coronavirus si espande solo per un motivo: quando i casi positivi non vengono identificati e isolati. La stessa indagine svolta da L’Eco fa capire che in alcune zone della provincia è successo questo. I casi positivi purtroppo non sono stati isolati e quindi il virus si è diffuso velocemente. Perché queste persone sono state libere di circolare senza problemi».

Ed è proprio il caso Bergamo che può insegnare molto e mettere in guardia il resto del mondo sulla pericolosità del contagio. Chiudere tutto prima di quanto avvenuto in Italia può salvare molte vite, come dimostra anche l’ultimo studio condotto dall’Imperial College, che parla di 38 mila vite salvate grazie al lockdown. «Certo, il caso Bergamo insegna che bisogna intervenire subito e senza esitazioni nei momenti iniziali dell’epidemia identificando ed isolando tutti i contatti - continua Burioni -. Da questa tragedia abbiamo imparato che con la volontà se ne può uscire. Anche a Bergamo la situazione sta migliorando. La resistenza di tutta la provincia è stata encomiabile, nel mezzo di una tempesta che nessuna zona del mondo ha conosciuto. Devo dire bravi ai cittadini che hanno tenuto duro e che in un momento così difficile hanno saputo tenere testa al virus».

Ma il professor Burioni esorta tutti a non rilassarsi, soprattutto in provincia di Bergamo. «Non è il momento di pensare che presto tornerà tutto come prima. Ora dobbiamo pensare a contenere l’epidemia. La fotografia delle bare portate via dai camion dell’esercito è qualcosa che l’Italia non ha mai visto nella sua storia. Stiamo passando questa fase catastrofica grazie all’impegno di tutti. Dei medici che hanno lavorato. Dei cittadini che sono stati a casa. Sarebbe un peccato dilapidare questo sacrificio. Rincominceremo gradualmente, ma la vita sarà diversa. Dovremo portare le mascherine e soprattutto le zone in cui è avvenuto un contagio così ampio saranno da studiare in modo approfondito per capire chi è guarito. Un contagio così esteso potrebbe avere anche qualche vantaggio perché molte persone potrebbero essere immuni senza neanche saperlo».


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