La casa di riposo al centro del focolaio Alzano, così   ha evitato il peggio
Il personale della Rsa Zanchi di Alzano che il giorno di Pasqua ha mandato gli auguri a tutti i parenti degli ospiti

La casa di riposo al centro del focolaio
Alzano, così ha evitato il peggio

Decessi, la Rsa Zanchi sotto la media provinciale. Fin dalle prime ore ha chiuso ai visitatori e ai volontari: «L’isolamento ha pagato, nonostante le critiche iniziali».

Una casa di riposo a qualche centinaio di metri dall’ ospedale indicato come l’ epicentro del focolaio della Bergamasca, la terra che ha finora pagato il prezzo più alto al Covid-19. «Poteva essere una strage - confida Maria Giulia Madaschi, responsabile generale della Rsa Fondazione Martino Zanchi di Alzano -. I decessi ci sono stati anche da noi e hanno lasciato il segno, ma il bilancio poteva essere ancora più pesante».

Ventuno vittime su 98 ospiti, un 21,42% inferiore alla percentuale provinciale del 25% indicata da una ricerca di Spi-Cgil, Fnp-Cisl e Uilp-Uil. Nella struttura di Nembro, altro fulcro del virus, ad esempio il tasso è del 36,8%. E pure qualche Rsa lontana da quella che pareva destinata a diventare zona rossa ha cifre superiori: 33,3% a Osio Sotto, 31,58% a Spirano, 30,8% a Clusone, 29,55% a San Pellegrino, 27,5 a Costa Volpino.

Non è elegante in questo periodo usare i numeri per fare paragoni, e però il raffronto serve a capire come una casa di riposo pur situata nel pieno centro di gravità del Covid-19 abbia potuto evitare conseguenze più nefaste. Isolamento: è stato questo l’ antidoto più efficace. E molto lo si deve a quel cartello comparso nel primo pomeriggio di domenica 23 febbraio, mentre nel vicino ospedale si apprestavano a chiudere il pronto soccorso: «Vietato l’ ingresso a tutti i visitatori fino a nuovo ordine». Ma un nuovo ordine, qui, non è mai arrivato, fortunatamente. «Da quel giorno - spiega Madaschi - abbiamo fatto entrare pochissimi parenti, tutti dotati di mascherina, guanti, cuffia, calzari, camice: erano quelli arrivati a dare l’ ultimo saluto ai familiari sul punto di morte. Se ne andavano tutti nella convinzione di non vederli più, ma per qualcuno non è stato così: il loro caro s’ è poi ripreso ed è ancora vivo».

Parola d’ ordine: isolamento Anche il servizio «Rsa aperte» è stato modificato per tutelare gli ospiti: la dozzina di persone (comprese le tre della semi-residenza), che alla Martino Zanchi veniva quotidianamente per i pasti e le terapie, ha ricevuto cibo e assistenza direttamente a casa e i farmaci li ha potuti ritirare solo in cortile. Cortile che è stata anche la frontiera dei fornitori: «All’ interno non sono mai potuti entrare - garantisce Madaschi -. La parola d’ ordine è stata: evitare al massimo i contati con l’ esterno. Anche agli operatori è stato consigliato di uscire il meno possibile: casa e lavoro, la spesa concentrata una volta la settimana o, meglio ancora, recapitata a domicilio».

E neppure la rete degli 80 volontari ha più potuto mettere piede qui dentro. «Il loro aiuto è molto prezioso, ma ce la stiamo facendo lo stesso - osserva la responsabile generale -. Questo perché il tasso degli assenti per malattia tra il personale è rimasto basso, al massimo siamo arrivati a 17-18 su 100 operatori. Contagiati? Non saprei rispondere, non è mai stato fatto un tampone. Sono gli operatori a supplire al mancato apporto dei volontari, facendo loro stessi volontariato: perché si fermano dopo il turno, gratis, e si improvvisano manutentori, parrucchieri e anche giardinieri. Nei giorni scorsi, ad esempio, medici e infermieri hanno piantato le violette regalateci come auspicio di rinascita dai tifosi atalantini del club “I lupi del Serio”».

Una resistenza passata anche dalla lungimiranza negli approvvigionamenti: «Facciamo solitamente scorte di materiale per due mesi, così di dispositivi di protezione individuale ne avevamo abbastanza. Nella prima settimana, poi, abbiamo aumentato gli ordini di materiale. Ad esempio, abbiamo chiesto 2.000 flebo anziché le solite 500». La centrale dell’ ossigeno ha fatto il resto, evitando l’ affannosa rincorsa alle bombole che fino a poco tempo fa risultavano di arduo reperimento. Il consulto con Codogno Il pronto soccorso dell’ ospedale, poi, quel giorno riaprì dopo poche ore, mentre qui è ancora tutto sbarrato. Cosa c’ è dietro questa scelta, rivelatasi strategica? «Nulla, guardi - si schermisce Madaschi -, è stata dettata dal buon senso di madre di famiglia.

Mi sono detta: meno persone entrano, meglio è. Ho telefonato anche alla casa di riposo di Codogno per un consulto e, quando mi hanno risposto che da loro l’ ingresso ai visitatori continuava a rimanere vietato, non ho più avuto dubbi. La decisione l’ abbiamo presa in quelle prime ore io, il presidente Serafino Gelfi e il direttore sanitario Alessandro Zavaritt ed è stata condivisa fin da subito. Gli operatori stessi si sentivano più tutelati da questa scelta». Che però all’ inizio è andata incontro a qualche malumore. «Sì - ammette la responsabile generale -, nel primo periodo qualche parente ha faticato a capire: si lamentava del fatto che in altre Rsa le visite erano permesse e qui no. Noi abbiamo sempre pensato che era meglio essere criticati per aver adottato misure di sicurezza ferree anziché viceversa. E adesso ci dicono che abbiamo fatto bene. Ovvio che si può sempre fare meglio, ma qui dentro, mi creda, hanno dato il massimo tutti».

I rapporti con i parenti passano per le telefonate o tramite la pagina Facebook della Fondazione, dove vengono pubblicati foto e filmati. Nell’ ultimo ci sono due ospiti, Giuseppe e l’ ex maestra Rita, che invitano a non aver paura e ad andare avanti. Lei ha 97 anni.


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