«L’ospedale Papa Giovanni ha resistito
Ma la sfida al Covid continua»

«Mai smesso di lottare: nella seconda ondata aiutati altri ospedali e risposto a diversi bisogni di salute». L’intervista a Fabio Pezzoli, direttore sanitario dell’Asst Papa Giovanni XXIII, in prima linea contro il Covid dai primi giorni della pandemia.

«Non abbiamo mai smesso di lottare: la prima e la seconda ondata della pandemia, come momenti separati, per l’ospedale non sono mai esistiti; a luglio, la Terapia intensiva è arrivata a zero positivi Covid e per qualche giorno non abbiamo visto altri ricoveri, ma al Papa Giovanni XXIII di Bergamo, l’impegno contro il Covid non si è mai arrestato. E non è finita, qui nessuno ha abbassato la guardia». Fabio Pezzoli, direttore sanitario dell’Asst Papa Giovanni XXIII, in prima linea contro il Covid dai primi giorni della pandemia, tanto da finire anche lui tra gli infettati, prova a raccontare la pandemia dalla parte di chi ogni giorno si rimbocca le maniche per averla vinta sul virus.

A guardare i dati su prima e seconda ondata, le impressioni avute dall’esterno si ribaltano: anche questa dell’autunno è stata una fase durissima. E lo è ancora.

«I numeri lo dicono chiaramente: il primo tsunami ci ha travolti in modo inaspettato. La seconda fase ci ha visti più pronti. Ma l’impegno è stato sempre lo stesso. All’inizio, siamo stati l’unico ospedale al mondo, dopo Wuhan, a fronteggiare un numero di contagi inimmaginabile: avevamo almeno 150 persone al giorno in pronto soccorso, sistemate in ogni angolo. Quelle giornate sono ancora nei miei occhi, e in quelli di tutto il personale del Papa Giovanni. Ma abbiamo tenuto. In quella circostanza, con una Terapia intensiva che superava i 100 ricoverati, il lavoro è stato immane. La seconda ondata non è stata da meno. Mentre nel primo lockdown eravamo noi a dover bussare a ogni porta possibile per trovare posti dove trasferire malati che non potevamo più accogliere, nell’autunno ci siamo messi a disposizione per le necessità del resto della Lombardia, che era sotto pressione come noi nella prima ondata, in particolare per Varese e Monza: abbiamo recuperato 250 posti letto per le degenze Covid e oltre 60 posti per la Terapia intensiva. Un impegno impressionante, anche perché era doveroso garantire anche le risposte ad altri bisogni di salute non legati all’emergenza Covid. Ci siamo messi al servizio della comunità, dopo una fase in cui noi, sotto un afflusso impressionante di malati Covid, giorno e notte cercavamo posti altrove. Personalmente ricordo anche una lunga trattativa con il ministero degli Interni per riuscire a trasferire 4 malati a Palermo. E siamo riusciti a portare anche 40 malati in Germania. Questo lavoro di ricerca si è sommato alla gestione emergenziale di quel periodo».

E la Fiera è stata un aiuto?

«Dobbiamo ringraziare quanti, dagli Alpini a Confartigianato, in pochissimo tempo hanno messo in piedi questa struttura. Abbiamo avuto anche l’impegno della gestione della Fiera, ma è stata una risorsa cruciale. Nella prima ondata ci ha dato respiro nell’alleggerimento della pressione pesantissima che gravava sull’ospedale. Nella seconda fase avere posti di Terapia intensiva dislocati altrove ha permesso all’ospedale di impegnarsi in contemporanea anche sulle patologie tempo-dipendenti, sull’attività ambulatoriale e sulle altre patologie non legate al Covid. Lo dimostra il bilancio della nostra attività: abbiamo avuto un calo, sì, intorno al 15%, ma abbiamo anche recuperato gran parte di quanto era stato rallentato, fino a oltre il 90%. Questo significa che nessuno si è mai fermato, e che con questi risultati possiamo guardare al 2021 con una disponibilità di programmazione invariata».

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