Ristoranti, il piatto piange Uno su due non ha aperto

Ristoranti, il piatto piange
Uno su due non ha aperto

I dubbi sulla nuova normativa hanno frenato il riavvio. Si attende il fine settimana. Bene invece i negozi, ma ancora pochi clienti.

Il piatto per ora piange. O comunque non sorride. Nella città che prova a riaprire mancano i ristoranti: «Uno su due» rileva Filippo Caselli, direttore di Confesercenti. E il dato viene confermato in pieno da Oscar Fusini, suo omologo in Ascom. Che va anche oltre: «Se il numero delle riaperture del commercio è in linea con quello nazionale, con punte anche del 90%, a Bergamo per la ristorazione siamo ben sotto. Intorno al 50%».

Un dato determinato da diversi fattori, in primis l’incertezza. Non solo economica e nemmeno sociale, che di loro basterebbero e avanzerebbero pure di questo tempi: «Molti sono ancora alla finestra per dipanare i dubbi legati all’interpretazione delle norme sul distanziamento e la gestione degli spazi» rileva Fusini.

Situazione confermata in toto da Caselli: «La normativa nazionale e regionale è arrivata sul filo di lana: in molti non hanno fatto in tempo ad organizzarsi per la riapertura e preferito posticipare di qualche giorno». Per questo il prossimo weekend sarà un’importante cartina al tornasole.

Tutti i dubbi sul futuro

In effetti in questi giorni più che di mestolo e pentole i ristoratori sono armati di metro, a cercare di capire come interpretare la normativa: quella sul distanziamento, in primis. Sulla carta un metro è un metro, nella realtà quotidiana di un ristorante è una misura che si presta a molte (troppe) interpretazioni che hanno poi immediate ricadute sul piano pratico. A cominciare dall’organizzazione di spazi e tavoli.

«Chiaro che un’interpretazione piuttosto che un’altra può cambiare le cose: per questo in parecchi stanno aspettando un’indicazione chiara prima di riaprire. C’è un legittimo timore sulla stabilità di queste misure della ripartenza» rileva Fusini.

«Il test vero sarà questo fine settimana» conferma Caselli: «L’incertezza tecnica su alcuni aspetti di non secondaria importanza ha rallentato la ripartenza». Oltre al fatto che questa situazione «ha portato anche a riflettere se sia più conveniente in questa fase aprire, o restare chiusi con i dipendenti in cassa integrazione nell’attesa di tempi migliori e prospettive più definite» commenta Fusini.

Ma sullo sfondo c’è anche un altro punto di domanda: «Il modello gestionale al quale siamo abituati, in assenza di turismo per qualche tempo, è sostenibile per alcuni esercizi? Penso a Città Alta e non solo» butta lì Fusini. «Per questo puntare al rilancio del turismo con iniziative come la candidatura a Capitale italiana della cultura è una scelta importante: c’è tutto un tessuto da ricostruire» gli fa eco Caselli.

«Forse ci sono ancora remore»

Sono circa 8.000 le attività riaperte in questi giorni, soprattutto sul versante del commercio: «Quasi tutti hanno deciso di ripartire, anche perché per quanto riguarda l’abbigliamento avevano già in casa la nuova collezione» spiega il direttore di Ascom. Che ribadisce un concetto già noto: «La vera resa dei conti sarà a fine anno: ora come ora c’è bisogno di liquidità e i negozi hanno riaperto». Anche se: «Vedo movimento per le vie del centro, ma poca gente che entra nei negozi. Anche nei bar, dopo l’entusiasmo di lunedì, quello del ritorno alla normalità, pare tutto rallentato. Forse ci sono ancora delle remore».

Per questo si guarda con interesse all'ipotesi di estensioni esterne delle superfici di vendita o somministrazione cibo: «L’ordinanza del Comune che esenta dal pagamento del canone di occupazione del suolo pubblico è sicuramente positiva» aggiunge Caselli. Nell’attesa che il quadro torni più chiaro. In ogni senso.


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