Simone Moro ricorda l’amico Ueli Steck «Un campione nello sport e nella vita»
Ueli Steck e Simone Moro

Simone Moro ricorda l’amico Ueli Steck
«Un campione nello sport e nella vita»

Nel 2013, dopo aver compiuto l’ennesima impresa sull’Annapurna, aveva ammesso: «Ho rischiato troppo, sono andato oltre il limite, non voglio che accada più». Alla fine a tradire Ueli Steck, 41 anni, svizzero del cantone di Berna, fuoriclasse dell’alpinismo moderno, è stata una «normale» salita di allenamento.

È morto mentre si preparava per un’altra incredibile scalata in Himalaya, il concatenamento di Everest e Lhotse, in Nepal, mai realizzata prima e considerata l’ultima grande sfida dell’alpinismo. È precipitato sul Nuptse, il «fratello minore» dei due colossi della valle del Khumbu. L’alpinista bergamasco Simone Moro, amico del campione svizzero, lo ricorda con un post: «Avevo appena messo piede al campo base del Kangchenjunga, dopo due notti passate sulla montagna per l’acclimamento e la preparazione. Era una bella giornata, stavo bene, avevo voglia di assaporare una bibita gasata fresca, una di quelle che avevo fatto portare fino a 5550 metri. E invece di una bibita fresca, mi aspettava una doccia, gelida.

“Ueli è morto pochi minuti fa, è caduto dal Nuptse mentre si allenava. Penso sia giusto tu lo sappia. Mi dispiace molto.” Arjun, un giovane ragazzo indiano innamorato degli ottomila e presente al campo base mi diede la tragica notizia.

Ho perso tanti, tantissimi amici in montagna, dall’Himalaya alle Ande alle Alpi. Non è né un prezzo da pagare né un tributo, o un sacrificio da dover sopportare per chi ama la verticalità. E’ semplicemente ciò che capita a chi decide di vivere anziché sopravvivere, a chi si circonda di persone intensamente vive, spendendo e ricercando ogni singolo secondo di vita, amando l’azione e i sentimenti che sbocciano rigogliosi da ogni istante di questa pienezza.

Non c’è una morte nobile e una misera, ma c’è una vita vissuta da protagonisti e una agli ordini altrui o delle proprie paure. Ueli non cercava consensi o comprensione, cercava solo di fare le cose bene, secondo le sue aspirazioni e motivazioni. Aveva il “difetto” di essere dannatamente avanti, forse troppo avanti ,e per questo pochi dei suoi colleghi anziché levarsi il cappello ammutoliti, preferivano sollevare sospetti, dubbi. Io lo conoscevo da tempo, ci frequentavamo silenziosamente, in incontri a volte limitati a un caffè e qualche ora di chiacchiera al tavolo di casa mia, mentre altre volte aggiungevamo una corsa di qualche ora e allenamenti, in occasione delle sue regolari visite a uno sponsor italiano che lo facevano passare per Bergamo.

Abbiamo provato anche a fare una spedizione assieme e pianificare la nostra attività in cordata. Ma la realtà e il destino vollero che tutto finisse distrutto in un linciaggio ad alta quota, sull’Everest, con alcuni giovani sherpa evasi inspiegabilmente dal loro antico e pacifico modo di intendere la vita e reagire alla quotidianità. Ora si apriranno le danze, in parte anche comprensibili, delle commemorazioni, dei ricordi, delle beatificazioni, delle incredibili salite e gesta di Ueli Steck.

Da morto, chissà perché, tutti vogliono beatificarti, dirti che eri davvero bravo. Io ho sempre amato esternare il mio apprezzamento da vivo ai vivi. Ricevere una stretta di mano e un grazie da molto più senso ai rapporti umani. Lui era un campione, nello sport e nella vita. E la fortuna di aver vissuto con lui dei pezzi della sua esistenza e della sua progettualità, lo considero il tesoro che la vita mi ha regalato e che ora voglio silenziosamente custodire, come il dolore di averlo momentaneamente perso.

Ciao Ueli, ci vediamo prima o poi, sicuro!»


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