Terremoto in Turchia, l’aiuto di Bergamo ai sopravvissuti

La sottoscrizione . La colletta della Caritas diocesana per rispondere ai bisogni delle popolazioni colpite. La testimonianza drammatica di monsignor Paolo Bizzeti, vicario apostolico dell’Anatolia: «Manca tutto».

C’è una mano tesa. Come sempre e verso tutti. Ha il volto della Caritas di Bergamo e si volge, questa volta, alle terre della Turchia e della Siria prostrate dal terremoto. Incalcolabile, lacerante, impietoso. Con una conta che ha segnato nei gelidi numeri la scomparsa dalla terra 9.500 vite (secondo le ultime informazioni). In quest’oscurità la Caritas di Bergamo, in raccordo con quella italiana, porta la sua impronta di luce. Per il momento con una raccolta di denaro, in futuro con una di generi di prima necessità. «Ma su questo - spiega il direttore della Caritas bergamasca don Roberto Trussardi - attendiamo le indicazioni della Caritas internazionale affinchè sia destinato a quelle popolazioni ciò di cui hanno realmente bisogno». Case ridotte a macerie, in molti casi come chi vi ha dimorato. Il canto di morte dei respiri si fonde con le lacrime colorate di impotenza.

La cattedrale in frantumi

A Iskerendun, in Anatolia, una preghiera si leva flebile ma fiera da ciò che resta della cattedrale finita in frantumi. «La cattedrale è venuta giù – sottolinea monsignor Paolo Bizzeti, vicario apostolico dell’Anatolia - e anche parte degli altri locali sono inagibili, e poi manca tutto al vicariato apostolico dell’Anatolia». Tutto ma non il desiderio di reagire. Insieme con i superstiti, stringendo in un abbraccio di generoso impegno la preghiera, la speranza, l’azione di aiuto concreto. Anche il cuore materico dell’ospedale, a Iskerendun, ha cessato di battere. L’acqua diventa risorsa sempre più scarsa e dietro l’angolo bussano, con tutto il loro carico di impetuosità, anche problemi sanitari. Antuan Ilgit, gesuita turco e numero due del vicariato, indica quelle che, a oggi, sarebbero le più preziose alleate delle popolazioni colpite: acqua e cibo. Gli alimenti conservati in frigoriferi e congelatori sono destinati a terminare in un battito di ciglia.

Partecipa alla raccolta fondi della Caritas diocesana bergamasca per la Turchia e la Siria

Le scosse continuano a fare paura

E le scosse telluriche continuano a profanare la terra: «Ci arrivano – aggiunge Ilgit – notizie brutte brutte dai vicini e parenti dei nostri parrocchiani». E alla violenza dell’acqua si è sposata quella del fuoco per un incendio scoppiato vicino al porto della città la scorsa mattinata. Sostegno materiale, ma anche supporto morale. Perché l’anima di chi è sopravvissuto possa riavviare il motore della speranza. Prendendo per mano braccia e gambe provate e cuori straziati e indicando loro la strada per la rinascita. Tra strade, ricorda Ilgit, «piene di acqua e di sabbia». «Stiamo cercando di ospitare un gruppo di persone, cattolici, ortodossi, armeni, musulmani – prosegue – condividiamo quello che abbiamo per oggi e forse ancora per domani, siamo tutti nel refettorio che è il luogo più agibile dove abbiamo anche celebrato la Messa». E nel refettorio fruscia tra ore incandescenti di sofferenza l’attesa per l’arrivo di Tir da Smirne con cibo e acqua. Silente s’erge una compagna di strada che il dolore lo visse per il figlio morto in croce oltre duemila anni fa ed è ora pronta a caricarsi sulle spalle anche quello di migliaia di turchi e siriani rimasti senza casa, affetti, speranza. «Ho portato – dice Ilgit – l’immagine della Madonna della cattedrale , questa immagine sarà la nostra forza e con lei affronteremo tutto. Anche ad Antiochia l’auspicio del ritorno alla voglia di disegnare il futuro con colori smaglianti ha il volto di una croce. E’ quella della casa dei Cappuccini di Antiochia».

«Città isolate, la gente si stringe in parrocchia»

«Non ho notizie dirette- dice monsignor Bizzeti – ma mi risulta che stanno bene, la loro casa è danneggiata ma meno rispetto ai crolli che ci sono stati nella città, il problema è che Antiochia è ancora più isolata». Bizzeti trattiene il respiro anche per due monaci di Tarso, laddove il profumo del domani scorre anche nel ricordo di quel San Paolo che ne fu nativo e, sulla via di Damasco, ricevette la missione di diffondere la fiducia nella potenza salvifica della croce. Anche a Mersin vi è una comunità cattolica: «La gente è molto impaurita- spiega Bizzeti – e sono tutti radunati nella parrocchia». E una certezza su tutto: la Caritas ha già acceso il fuoco della solidarietà verso Turchia e Siria con legna viva. E in quel fuoco è pronta ad ardere anche la legna di Bergamo.

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