Giovedì 23 Gennaio 2014

Virzì, l’imprenditore Mazzoleni:

«Nel film manca il capitale umano»

«Il capitale umano», film di Paolo Virzì

Arriva alle 20,50, dieci minuti prima dell’inizio del film, direttamente dall’ufficio. Loden blu, giacca e cravatta, l’aria un tantino spaesata mentre sale le scale del San Marco. «Capirà, l’ultima volta che ho messo piede in un cinema sarà stato 32-33 anni fa, quando portai mio figlio a vedere «E.T». Con mia moglie, invece, non ci vengo da almeno 40 anni. E che dopo tanto tempo io torni al cinema con un giornalista e non con lei - sorride -, be’, questa non l’ha digerita».

Mario Mazzoleni ha accettato l’invito pur sapendo di andare incontro a un sacrificio non indifferente per un incallito fumatore come lui: niente sigarette per 109 minuti, la durata de «Il capitale umano» di Virzì. Storia di spregiudicato capitalismo che volgarizza la ricchezza, volgarizza il territorio, stravolge valori e sentimenti. Dove un finanziere abbindola uno sprovveduto immobiliarista che, per fare i danée velocemente, perde la consistente somma che gli ha affidato.

In Brianza, dove il film è ambientato, sono esplose polemiche: nessuno s’è riconosciuto, molti si sono sentiti offesi da qualche caratterizzazione al limite del macchiettismo. E, siccome la pellicola ruota attorno ai meccanismi di un’imprenditoria che il regista - attraverso riferimenti geografici e antropologici - ha voluto identificare con quella del Nord , noi de L’Eco eravamo curiosi di sapere quali impressioni avrebbe potuto suscitare in uno dei più noti esponenti dell’industria bergamasca.

«Devo dire che il significato del titolo, provocatorio, l’ho capito solo ai titoli di coda» (il film racconta di un incidente stradale e il “capitale umano”, si spiega alla fine, è una voce delle polizze assicurative che calcola il “valore” della vittima, ndr), confessa Mazzoleni. «Perché per noi imprenditori il capitale umano sono le persone che lavorano in un’azienda e che rappresentano la prima ricchezza. In questo film manca l’impresa, non c’è il lavoro, non c’è chi lavora. Ironia della sorte, manca proprio il capitale umano, secondo l’interpretazione imprenditoriale».

Non si vedono la fabbrichette che fanno tanto Brianza, il sudore, l’attaccamento alla ditta. L’intrapresa nella pellicola scivola algida sul mogano di uffici stellari, che potrebbero stare benissimo all’81° piano di un grattacielo newyorkese. «Nonostante nel film capiti di intravedere un signore con fazzoletto e cravatta verde (un assessore provinciale leghista, ndr) e la parlata dei protagonisti sia marcatamente brianzola, non è rappresentata l’imprenditoria del Nord. Qui non ho visto la religione del lavoro, il grosso spirito di sacrificio e il rispetto. Io non mi sento rappresentato, ma non posso far polemica, perché non so che cosa il regista volesse rappresentare. Oso, però, dire che il film lo vedrei meglio ambientato a Roma che in Brianza. È vero che quest’ultima è la patria dei “cumenda”, ma non sono persone che speculano, che puntano tutte le proprie fortune su scommesse; perché, parliamoci chiaro, la finanza ai livelli che la pellicola descrive è pura speculazione».

C’è da dire che il film è tratto da un romanzo ambientato nel Connecticut. «Ah, ecco: vede?» incalza Mazzoleni. «Questa è la tipica mentalità americana, l’affarismo alla Lehman’s. È da questa finanza d’assalto che nascono i guai. C’è una frase che mi ha colpito: “Avete scommesso sulla rovina di questo Paese e avete vinto”, si sente dire il finanziere dalla moglie. Sarebbe stato più logico ambientare il film negli Usa».

Ma non è che questa mentalità si sia diffusa anche da noi? Che, anche in virtù della crisi, uno come l’immobiliarista a cui sono stati promessi rendimenti al 40%, sia costretto a percorrere queste strade per campare? «Il fenomeno è assolutamente vero. Ma - avverte Mazzoleni - prima di essere diventato costrizione, è stata una libera scelta, che io come imprenditore non condivido. Taluno ha pensato che in questo modo si potevano realizzare guadagni più veloci. È una deformazione che ha portato anche grandissime aziende italiane a perdere d’occhio il proprio core business. Tra economia reale e finanza, avrà capito, io preferisco la prima: le cose che si producono piuttosto che le carte».

Molto bergamasco. E poco brianzolo? «Bergamo, rispetto ad altre zone - spiega -, come il Veneto o la Brianza, ha una storia e una tradizione imprenditoriale più antiche e il tempo affina i comportamenti. Le grandi aziende bergamasche hanno respinto la tentazione finanziaria, fenomeno che va dalla fine degli anni ’90 ai primi del 2000, perché noi abbiamo i piedi per terra. Il fenomeno americano raccontato dal film è più facile che attecchisca in zone con imprenditorialità più recente».

Però, anche nella Bergamasca, c’è (o c’è stata) una corsa alla scommessa sull’investim ento: dietro la promessa di rendimenti da sogno sono spariti fior di risparmi. La vicenda di una zona tra le più operose, la Valle Seriana, sconvolta in estate dal caso Morandi, non è emblematica? «Non l’ho seguita. Posso dire che il fenomeno c’è anche da noi, ma non è emblematico della nostra imprenditoria. È una fase patologica, non fisiologica».

Mazzoleni scongiura anche il rischio di una «cumendizzazione» dell’imprenditore bergamasco: «I brianzoli e i milanesi sono “bauscia”, ti devono sbattere in faccia quello che fanno, quello che hanno. Noi, all’opposto, non siamo nemmeno capaci di valorizzare quello che abbiamo».

È la concezione «dialettale» degli affari, di cui scriveva Guido Piovene: «L’industria come affare non soltanto privato, ma privato a tal punto che occorre tenerne lontani lo sguardo e l’apprezzamento degli altri».

«Vero - riconosce Mazzoleni -. Ed è anche per questo che non mi sono riconosciuto nel film. Anche se, a parte qualche caratterizzazione troppo marcata come la figura dell’immobiliarista e l’estremizzazione della figura finanziere, è un film da 7 in pagella che offre spunti interessanti. Come la moglie del finanziere che come riscatto sceglie la cultura, la ristrutturazione dell’unico teatro della zona».

Ma alla fine il progetto naufraga e al posto di galleria e palcoscenico rischiano di finirci bilocali. «È una sottolineatura abile del regista per rimarcare la grettezza del denaro e la nobiltà della cultura. Tutto, in questo film, è subordinato ai soldi».

Stefano Serpellini

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