Astino vince il Premio del Paesaggio Rappresenterà l’Italia in Europa - Video
Il complesso di Astino

Astino vince il Premio del Paesaggio
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Il progetto «La biodiversità dentro la città: la Val d’Astino di Bergamo» promosso da Fondazione Misericordia Maggiore di Bergamo – Mia è il vincitore del Premio Nazionale del Paesaggio 2021. Ora sarà il candidato dell’Italia al Landscape Award del Consiglio d’Europa. Il ministro della Cultura Dario Franceschini: «Riconoscimento importante, una prova di come il nostro Paese in molti settori sia all’avanguardia». Il presidente della Mia Fabio Bombardieri: «Un premio alla città, alla sua capacità di uscire dalle difficoltà e creare cose belle e socialmente utili».

Un bel colpo, a Roma; con vista sull’Europa: il progetto promosso da Fondazione Misericordia Maggiore di Bergamo «La biodiversità dentro la città: la Val d’Astino di Bergamo» ha vinto (votato all’unanimità) il Premio Nazionale del Paesaggio 2021, promosso dal ministero della Cultura. Un riconoscimento che non solo premia il lavoro ultradecennale che è stato fatto per recuperare l’ex monastero e la sua valle, ma indica Bergamo come punto di riferimento italiano e internazionale per la valorizzazione e la trasformazione del paesaggio. Vedremo ora come andrà la vicenda in Europa: il progetto sarà infatti anche il candidato italiano al Landscape Award del Consiglio continentale, ma certo, per i contenuti, l’intervento su Astino ha qualcosa di esemplare. Il Premio Nazionale è stato proclamato oggi, via web, in occasione della Giornata Nazionale del Paesaggio, alle 11 sul canale YouTube del ministero della Cultura, alla presenza del ministro Franceschini e del direttore generale di Archeologia, Belle arti e Paesaggio del ministero, architetto Federica Galloni.

«Dobbiamo sempre pensare - commenta il ministro Dario Franceschini - alla grande lungimiranza dei nostri padri costituenti che iscrissero nell’articolo 9, tra i principi fondamentali, non soltanto la tutela del patrimonio storico e artistico della nazione, ma anche la tutela del paesaggio. Pensiamo quale capacità di visione aveva quella generazione di politiche e di politici nell’immaginare il futuro. Per questo, nel 2016, abbiamo istituito la Giornata Nazionale del Paesaggio, che è un modo per organizzare una competizione virtuosa tra progetti, per tenere vivo questo tema, e di partecipare alla selezione europea che si svolge successivamente. Quest’anno vince la Fondazione Misericordia Maggiore di Bergamo con un progetto estremamente innovativo, votato all’unanimità tra le 96 proposte presentate proprio per la capacità di restituire alla pubblica fruizione un’area di notevole interesse storico ambientale che si trova a ridosso della città di Bergamo e ne costituisce un particolare valore identitario. È un riconoscimento importante, una prova di come l’Italia in molti settori sia all’avanguardia. Dobbiamo esserne orgogliosi perché la tutela del paesaggio è uno dei settori su cui l’Italia è più avanti di molti altri Paesi».

Molto soddisfatto, naturalmente, Fabio Bombardieri, presidente della Fondazione Mia: «Alla vigilia di Bergamo Capitale Europea della Cultura 2023» insieme a Brescia, la città ha l’occasione di mostrarsi in «un ruolo di primo piano dal respiro internazionale, che ci proietta nel futuro». Astino ha colpito nel segno per una serie di fattori. Uno è sicuramente l’aver puntato sulla «biodiversità», una parola molto di moda, ma certamente importante nella nostra cultura; e di averlo fatto lavorando «dentro la città», in questa Val d’Astino che è un po’ un unicum: una zona fortemente legata alla città - che la lambisce, con il quartiere di Longuelo - eppure rimasta splendidamente intatta (o quasi) nei decenni della grande, a volte furiosa industrializzazione del nostro territorio - con tutti i disastri ambientali connessi in altre aree, anche molto vicine. Fondazione Mia, in particolare, ha svolto in questi anni un lavoro di coordinamento e di stimolo di una pluralità di attori, puntando le sue energie su un luogo non solo dal fascino naturalistico molto particolare, ma anche identitario per la città: che aspira ora a diventare un «punto di riferimento italiano e internazionale per la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema, e dei beni culturali quali leve di sviluppo complessivo».

Con un’operazione tipicamente «bergamasca», cioè, il Progetto Astino non si è abbandonato al «naturalismo», al vagheggiamento di una cultura «wild» da contrapporre alle comodità urbane del mondo più avanzato: ha cercato invece di coniugare recupero di valori materiali storici, nuova cultura dell’ambiente e un’idea di sviluppo, anche economico, del territorio, protetta dal «test» di una gestione nuova della viabilità: aprire ai cittadini (ma non solo a loro) spazi da vivere a contatto con la natura, ben più vasti dei tradizionali parchi urbani di origine ottocentesca, ma caratterizzati dallo stop ai motori a scoppio e dalla contemporanea promozione di ciclovie, cammini, trasporti pubblici: già da molti anni questo utilizzo della Valle di Astino e dei Colli è tipico di Bergamo, soprattutto nei giorni di festa, e il Progetto si è posto come il baricentro - anche un po’ sperimentale - di una visione nuova della vita urbana, che va a ricongiungersi con passioni, preferenze, tradizioni molto radicate nelle abitudini dei bergamaschi.

Al centro c’è il restauro dell’ex monastero vallombrosano, edificio di alto valore storico che nel Medioevo è stato non solo luogo di preghiera e punto di riferimento spirituale della città, ma anche - come tutte le comunità benedettine - centro propulsivo della trasformazione agricola della valle, benefici economici inclusi. Esso è stato affiancato dal recupero di strutture tradizionali come la Cascina-mulino e la Cascina convento, da scavi archeologici, riqualificazione del paesaggio rurale, e coinvolgimento dei residenti, così come di persone svantaggiate e con disabilità. E soprattutto, Astino è tornato a essere anche un polo culturale, sede di appuntamenti di livello.

Il complesso di Astino

Il complesso di Astino
(Foto by Bigoni)

«Questo che riceviamo oggi - conclude il presidente Bombardieri - è un premio alla città, in un momento difficile che stiamo ancora attraversando. Un premio alla sua capacità di uscire dalle difficoltà e creare cose belle e socialmente utili. Credo sia piaciuta la capacità di un ente privato come la Mia di farsi carico di una riqualificazione così importante, con un percorso condiviso con l’ente pubblico e la partecipazione attiva di tanti; e l’aver offerto nuova fruibilità di un bene a una categoria molto ampia di soggetti. Bergamo, quando si impegna, riesce a fare cose che anche a livello nazionale sono apprezzate e considerate un esempio. Grazie all’impegno di attori importanti del territorio, siamo stati capaci di rigenerare e far diventare godibili contesti che sembravano morti».

«Bergamo, a partire dal suo toponimo, è sempre stata la “casa sul monte”» ricorda l’avvocato Vittorio Rodeschini, consigliere della Fondazione Mia: «È una descrizione esatta di quello che siamo. La città ha sempre intrattenuto un rapporto speciale con la natura. Ce lo dicono i tanti ospiti stranieri che abbiamo avuto in questi anni: Bergamo è la città per visitare la quale ti devi portare degli scarponcini per una escursione nel bosco e le scarpe lucide per una serata di alta cultura al Teatro Donizetti». Questo ricevuto oggi «è un premio alla città», sottolinea Rodeschini. «La Fondazione Mia ha raccolto il testimone, coordina i soggetti, ma il Progetto Astino è qualcosa che coinvolge tutti noi. È risultato vincente anche in virtù degli originali strumenti giuridici che hanno regolato il rapporto tra pubblico e privato: siamo di fronte a una proprietà privata che esalta la sua funzione sociale e l’accessibilità a tutti, come recita l’articolo 42 della Costituzione».

È stata apprezzata anzitutto la capacità «di restituire alla pubblica fruizione un paesaggio che rischiava di essere oggetto di interventi speculativi», sottolinea Rodeschini. Ha convinto la giuria «il coinvolgimento di un “pubblico” ampio e diversificato; la solidità della visione scientifica che ha sorretto il progetto; l’approccio multidisciplinare al paesaggio, coniugando la dimensione economico-produttiva a quella ambientale, estetica e, non da ultimo, quella dimensione sociale i cui interventi particolarmente incisivi hanno meritato l’encomio della Commissione giudicatrice. Ma l’aspetto più promettente, per il nostro futuro, mi pare quello della “esemplarità” dell’intervento: vale a dire che Astino è un modello di tutela replicabile in altri contesti».

Nell’immediato dopoguerra l’area si trovava in una situazione di abbandono. Non erano tempi facili, eppure la cittadinanza si è dimostrata, lungo i decenni, consapevole del valore speciale dell’area: «Il Comune, con una intuizione davvero precorritrice dei tempi, già nel 1951 - siamo 12 anni prima di un film come “Le mani sulla città” di Francesco Rosi - stabilì una serie di vincoli, impedendo la speculazione edilizia. E la città ha accettato queste regole: qualche questione ogni tanto c’è stata, ma nel complesso, trasversalmente rispetto alle diverse forze politiche che l’hanno governata, Bergamo ha capito e si è identificata con questo tipo di cultura. Una “politica di vincolo” che venne poi indubbiamente rafforzata nel 1977 con l’istituzione del Parco dei Colli da parte della Regione» ricorda l’avvocato della Mia. Ma non è mai stata semplicemente una direttiva calata dall’alto, rispondeva a una sensibilità diffusa: «Anche associazioni come Wwf e Italia Nostra si mobilitarono per evitare le speculazioni».

L’orto botanico

L’orto botanico
(Foto by Rinaldi)

Dalla tutela, la salvaguardia, la manutenzione, da una quindicina d’anni si è passati però alla vera e propria valorizzazione: quando nel 2007 la Fondazione Mia acquisisce il monastero e i terreni della valle avvia da subito il progetto di riqualificazione non solo del monastero ma - qui la forza dell’operazione - di tutta l’area naturale con la quale l’edificio ha rapporti plurisecolari, originari. Lo stesso cenobio vallombrosano, infatti, «nacque con questa logica», di collaborazione tra forze diverse, religiose e laiche, spinte da urgenze materiali non meno che da preoccupazioni spirituali: «Ecco, quello che abbiamo voluto fare, in un certo senso, è stato restaurare questa logica» dice Rodeschini. «Ed è tempo di rivendicarla. È stato fatto un grande lavoro, ora credo vada anche raccontato. Questa candidatura per noi è stata mettere nero su bianco ciò che si è realizzato».

E in tempi di restrizioni da covid l’area di Astino continua a essere - non solo nei weekend - una «valvola di sfogo» delle energie represse della città, con l’attività sportiva quasi interamente interdetta: Astino rappresenta «la volontà tenace di una comunità operosa profondamente colpita» conclude Rodeschini. «Offrire uno spazio di socialità aperto, in un momento di drammatica difficoltà si è rivelato assai prezioso».

Il luppoleto

Il luppoleto
(Foto by Antignati)

Questo Progetto Astino - sottolinea Riccardo Rao, del Centro Studi sul Territorio dell’Università di Bergamo - «si innesta su una storia millenaria, con una visione però che lo proietta dritto al futuro. Nel Medioevo i monaci hanno costruito a fianco della chiesa e del bosco un mosaico di canali, terrazzamenti, coltivazioni che ha arricchito la biodiversità dell’area. Il Progetto Astino di questi anni ha recuperato questa sapienza millenaria che si stava perdendo, ripristinando le antiche coltivazioni, rimanendo fedele a metodi “biologici”. Le mille varietà di specie ortofrutticole presenti nell’Orto Botanico danno vita oggi a un giardino nel cuore della città, di cui tutti possono godere».

Il Progetto Astino ha vinto «tra altri cento soprattutto per il suo approccio multilaterale. È stato ritenuto valido sotto molti diversi aspetti: la dimensione storica, ad esempio, è certamente importante; Astino sorse a partire dal 1117, dopo un rovinoso terremoto, grazie a una donazione della cittadinanza ai monaci vallombrosani» arrivati dalla Toscana. «Ma il Progetto attuale va a intersecarsi con aspetti anche di intervento sociale. Si tratta della rigenerazione di uno spazio urbano di pregio, restituito alla città. Ed è in primo piano appunto il recupero della biodiversità, che in questi luoghi è il frutto di una tradizione plurisecolare, ma che negli ultimi decenni si stava perdendo. Uno spazio cittadino che rischiava di diventare una trascurata periferia, ora è luogo di cultura e anche di loisir. Con attività destinate a ogni fascia di età, dai bambini ai nonni. Ed è stata certamente apprezzata anche la partecipazione dell’Università, che da molti anni si occupava già di Astino» - attraverso studi storici e giuridici -, ma che ora, con questa collaborazione con la Mia è davvero «scesa in campo» nella Valle.

Remo Morzenti Pellegrini

Remo Morzenti Pellegrini

Molto soddisfatto anche il rettore, Remo Morzenti Pellegrini, che ricolloca questo successo «nell’ambito di un impegno consolidato dell’Università sui temi dello studio e della valorizzazione del paesaggio, soprattutto attraverso il Centro Studi sul Territorio «L. Pagani», che ha portato alla nascita, a partire dall’anno scorso, del corso di laurea magistrale interdipartimentale in Geo-urbanistica. Un luogo di formazione il cui alto livello è garantito dalle numerose eccellenze che si raccolgono intorno all’Università, in grado di attirare giovani non solo dalle altre regioni ma anche dall’estero». «In questo momento, caratterizzato purtroppo da nuove difficoltà, per Bergamo e per il suo territorio questo Premio è una grande soddisfazione» commenta il presidente della Provincia Gianfranco Gafforelli.

Gianfranco Gafforelli

Gianfranco Gafforelli

«Un segno di speranza, direi, e una soddisfazione per tutto il lavoro fatto dalla Mia e dai vari attori che hanno partecipato in questi anni alla rinascita di Astino. Vanno i miei complimenti anche a chi ha preparato il dossier con il quale abbiamo partecipato a questo il Premio Nazionale del Paesaggio promosso dal Ministero della Cultura». «Bergamo meritava questo riconoscimento», dice il sindaco Giorgio Gori: «Viene riconosciuto un lavoro portato avanti in tanti anni. La Fondazione Mia ha avuto un ruolo di regia essenziale, e soprattutto ha avuto la capacità di coinvolgere tanti soggetti diversi - a partire dall’Università e l’Orto botanico - non solo nel recupero di un patrimonio immobiliare, storico, di grande valore, ma anche nella difesa del territorio, nel rispetto, in Val d’Astino, della biodiversità; nello stabilire protocolli precisi di intervento per tutti i produttori agricoli, attivando modalità di gestione molto rispettose sia della storia di questo luogo che delle sue potenzialità future».

Giorgio Gori

Giorgio Gori

Il rinnovamento di Astino è piaciuto, a livello nazionale - dice Gori - perché «è stata colta la sua progettualità a più dimensioni: al centro c’è il paesaggio, naturalmente, ma anche una dimensione economico-produttiva, di sostenibilità della attività agricole, e persino sul piano dei ritrovamenti archeologi e dell’impatto sociale» il Progetto Astino è significativo: «Io l’ho seguito molto da vicino in tutti questi sei anni di mandato e so quanto sia stato importante, sul piano economico, l’impegno della Mia, che ha fatto un grandissimo regalo alla città. Astino ha passato anche un brutto periodo, di abbandono, l’integrità stessa dell’edificio era a rischio. E ricordiamo tutti i tanti anni di discussione sugli utilizzi possibili: se non ci fosse stato quel deciso passo avanti della Mia saremmo probabilmente ancora qui a parlarne». Il sindaco ricorda anche il contributo personale dato dal prof. Claudio Pelis, dal 2014 presidente dell’Istituto musicale Donizetti ma anche membro del cda della Mia; e quello di Friedel Elzi: «Ricordo le passeggiate con lui attorno e all’interno del monastero, ancora all’inizio di questa avventura. E ricordo il suo contributo, particolarmente decisivo, alla stesura della Carta Etica» che è al centro della dinamica del progetto.


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