Lunedì 23 Dicembre 2013

I ricordi di Trento Longaretti:

il mio Natale da albero degli zoccoli

Trento Longaretti
(Foto by Maria Zanchi)

La luce, fuori dalla finestra, se ne sta andando via, mentre il professor Trento Longaretti si lascia andare alle ultime pennellate della giornata. Sul cavalletto, una tela che ritrae una famiglia di viandanti, tema caro di quello che è uno dei grandi maestri della pittura bergamasca: anche il nucleo familiare, dopotutto, è una costante che torna in ogni discorso, specie parlando di Natale.

Lo si capisce già alle prime parole del professore, non appena si mette piede nel suo elegante studio in Città Alta, un grande, stupendo scrigno di opere d’arte: lui, a novantasette anni, ha la mano ferma e il cervello che viaggia, come se l’età fosse uno sciocco dettaglio di cui prendersi gioco.

Professore, se parliamo di Natale, cosa le viene in mente?

«La mia fanciullezza. Quello era il Natale più vero, che rispecchiava il reale spirito di un giorno così: ora, invece, vedo una festa patinata, condizionata dalle tv. Domina il denaro: e pensare che Gesù Bambino è nato in una stalla».

Dice che, al giorno d’oggi, si è perso il significato del Natale?

«Tutto è improntato sul consumismo: penso ai regali e l’affannosa corsa di tutti quanti a cercarli. Sono andati perduti la poesia e il fascino della preparazione: le più grandi emozioni, quando ero ragazzo, erano nei giorni che precedevano il Natale».

E i regali c’erano?

«Certo che sì. Noi eravamo una famiglia molto numerosa, in quanto io ero il nono di tredici fratelli. Nonostante questo, un piccolo pensiero per ognuno di noi c’era sempre».

È Natale che le piace di meno?

«Sì. Forse perché ora c’è meno fede, forse perché è tutto più distaccato. Io amo fare regali e, ai miei figli, dono sempre un quadro. Ma ho un po’ di nostalgia per il Natale della mia infanzia, quello da albero degli zoccoli: la sua magia mi rimarrà nel cuore per sempre».

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