Lunedì 19 Maggio 2014

Roncalli-Bergoglio, Papi dell’ascolto

Il racconto di monsignor Bettazzi

L'apertura del Concilio Vaticano II nella Basilica di San Pietro

«La nota distintiva del Vaticano II, rispetto ai precedenti concili, è che esso ha avuto un carattere pastorale, non dogmatico: non si è impegnato nella definizione di formule di fede, per poi “anatemizzare” chi non le avesse accettate. L’atteggiamento pastorale si sforza piuttosto di intuire le attese e i bisogni delle persone a cui va annunciato il Vangelo».

Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea e per molti anni presidente di «Pax Christi», ha partecipato tra il 1963 e il 1965 a tre sessioni del Concilio Vaticano II. Monsignor Bettazzi è intervenuto a Lallio, su invito della parrocchia: nella chiesa di San Bernardino ha svolto l’intervento conclusivo di un ciclo di incontri dedicati appunto all’assise ecumenica indetta da Giovanni XXIII.

Papa Giovanni aveva una grande capacità di ascolto: è stata questa sua attenzione ai «segni dei tempi» a indurlo a convocare un concilio?

«Io credo che Roncalli avesse soprattutto una grande fiducia nell’azione dello Spirito Santo. Sull’idea di un concilio egli si era soffermato già in gioventù, nel periodo in cui era studente di Teologia a Roma; in seguito, la sua attività di diplomatico al servizio della Santa Sede gli aveva permesso di entrare in contatto con gli ortodossi in Bulgaria e in Grecia, con i musulmani in Turchia, con il “laicismo” in Francia. Tutte queste esperienze e frequentazioni lo confermarono nella convinzione che vi fosse bisogno di una novità».

Lei pensa che con Jorge Mario Bergoglio la riforma della Chiesa avviata dal Concilio Vaticano II potrà ricevere un nuovo slancio?

«Credo proprio di sì. È davvero una grazia del Signore che, a cinquant’anni dal Vaticano II, un Pontefice dichiari di voler dare voce all’intero “popolo di Dio”, come ha fatto Papa Francesco, in vista del prossimo sinodo sulla famiglia. Del resto, la figura di Bergoglio è agli antipodi rispetto a quella di un “Papa re” separato dal resto dell’umanità. Con le sue parole e i suoi gesti, invece, Papa Francesco sembra incarnare l’idea espressa nelle prime righe della “Gaudium et Spes”: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo”».


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