Un bergamasco stampò la prima Commedia illustrata di Dante

L’editore Bernardino Benali la realizzò a Venezia nel 1491. Alle «Cento immagini per cento canti» dedicata ora una pubblicazione di Archivio Bergamasco.

Un bergamasco stampò la prima Commedia illustrata di Dante
Un dettaglio della silografia che introduce la terza cantica della Commedia: il Paradiso

È bergamasco l’editore della prima stampa integralmente e correttamente illustrata della «Commedia» di Dante: Bernardino Benali. Con il parmense Matteo Capcasa («Matthio da Parma») fu lui a editare, a Venezia, capitale, a livello non solo italiano, dell’editoria quattro e cinquecentesca, «l’opera del inclyto & divo danthe alleghieri fiorentino», «fornita de stampare» il 3 marzo 1491. A questo prezioso incunabolo, di cui sono arrivati sino a noi «poco più di cento» esemplari, sui 1500 tirati originariamente, è dedicata l’ultima pubblicazione di Archivio Bergamasco, a cura di Eleonora Gamba: «Cento immagini per cento canti. L’edizione illustrata della “Commedia” dantesca per i tipi di Bernardino Benali e Matteo Capcasa, Venezia 1491». Bergamasca, classe 1986, filologa classica, laurea triennale a Bologna, magistrale a Milano, dottorato a Padova, ora assegnista alla Cattolica di Milano, Gamba ha già dedicato una pubblicazione agli «Editori e tipografi bergamaschi a Venezia dal XV al XVI secolo» («In inclita Venetiarum civitate», Archivio Bergamasco, 2019, progetto vincitore del Premio Guglielmo Savoldelli); e un contributo specifico a «Bernardino Benali e la creazione della prima collana editoriale (1493-1494)» («La Bibliofilia», CXXI, 2019, pp. 47-65).

Dopo una breve introduzione, questa «Cento immagini per cento canti» riproduce tutte le silografie che illustravano l’incunabolo, accompagnandole con didascalie esplicative: le tre, a tutta pagina, per i primi tre canti delle tre cantiche, che scandiscono in modo più netto Inferno, Purgatorio e Paradiso; le 97, più piccole (65x65 mm), che aprivano tutti gli altri canti, cercando di stipare, in quella sola vignetta, personaggi e episodi principali. Ciò che rende l’edizione «une delle più importanti fra quelle del più prolifico dei tipografi bergamaschi attivi a Venezia fra Quattro e Cinquecento, e una delle più famose edizioni di Dante in genere», è appunto il fatto che «fu la prima a essere dotata di un apparato iconografico completo e corretto».

I due tentativi precedenti, infatti - l’edizione fiorentina di Niccolò di Lorenzo, 1481, e quella bresciana di Bonino Bonini, 1487 -, si erano scontrati con «le difficoltà di un lavoro pionieristico», ed erano rimasti incompiuti. Nella prima vengono illustrati solo i primi 19 canti dell’Inferno; la seconda presenta «68 incisioni», fino a Paradiso I, ma «con ripetizioni, errori e soprattutto una notevole disparità fra gli esemplari finiti, in quanto le silografie vennero applicate in un secondo momento al libro stampato».

Alcune copie, così, «furono corredate di pochissime illustrazioni». L’impresa di Bernardino Benali e Matteo da Parma, invece, arriva fino in fondo, e dota tutti e cento i canti di un’illustrazione ad hoc. L’autore dei disegni è tal anonimo Maestro di Pico, attivo a Venezia nella seconda metà del ‘400, prima come miniatore, poi come illustratore di testi a stampa, poi come disegnatore di silografie. Deriva il suo «nome» dal suo lavoro più celebre: la miniatura di un codice della «Naturalis Historia» pliniana per Pico della Mirandola. Le vignette hanno, fatalmente, un che di didascalico-fumettistico: sopra Dante e Virgilio, pur piuttosto riconoscibili in alcuni loro tratti costanti (Virgilio con lunghi capelli, barba e baffi, Dante perfettamente sbarbato e con caratteristico copricapo), stanno le iniziali distintive: «D» e «V». E così diversi altri personaggi sono evidenziati dal nome.

Molto interessante che, per far stare nella vignetta i diversi contenuti/episodi principali del canto, l’artista li abbia diversamente dislocati nella vignetta, talvolta, all’Inferno, volutamente in senso alto-basso: per il canto di Paolo e Francesca (Inf. V), in alto vediamo Minòs che attorciglia il suo corpo con la coda tante volte «quantunque gradi vuol che [l’anima dannata] giù sia messa». Sotto, i lussuriosi sbattuti «di qua di là di su di giù» dalla «bufera infernal». Piuttosto «libera», in diversi casi, l’interpretazione figurativa: per il canto II, per esempio, Beatrice compare davanti a «D» e «V», mentre sappiamo che, nel testo, è Virgilio che racconta a Dante della visita di lei, quando era «tra coloro che son sospesi». Cerbero, cane tricipite e trifauce, è disegnato con una testa centrale umana e due laterali da rettile.

Alcune licenze, o incongruenze rispetto al testo, si intersecano con un problema di copyright: il Maestro di Pico si ispira massicciamente all’edizione bresciana del Bonini «per tutto l’Inferno e il Purgatorio, come dimostrano alcune inesattezze o stravaganze ricorrenti in entrambe le edizioni»: quelli che si dicono errori congiuntivi.

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