Turnover dei giovani, fallimento o normalità? La lettura di Anghileri

CAPITALE UMANO. Per la presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria il ricambio dei ventenni, doppio rispetto ai millennial, è in parte fisiologico. Ma chiede alle aziende di riflettere: i ragazzi tengono insieme talento, famiglia e amicizie

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Quasi uno su due: nel 2025 il turnover dei lavoratori della Generazione Z ha toccato il 45,99%. Lo misura l’Osservatorio Zucchetti HR 2026 su oltre 145mila aziende e circa 3,35 milioni di dipendenti a tempo indeterminato. Non un sondaggio, ma le cessazioni registrate nelle buste paga. Il dato è in calo rispetto al 51,09% del 2024. Resta però più del doppio di quello dei millennial.

Fallimento o normalità?

Come va letto questo numero? Lo abbiamo chiesto a Maria Anghileri, presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria. La sua risposta tiene insieme due piani. Da una parte, il dato racconta «qualcosa di fisiologico». A vent’anni si ha voglia di sperimentare e di cambiare. E il mercato del lavoro oggi offre molte opportunità: chi è giovane può permettersi di guardarsi intorno. Dall’altra, quel numero «ci deve far riflettere come imprese prima di tutto».

La vita è una sola

Il punto principale, per Anghileri, è uno: «Oggi un giovane non distingue la vita dal lavoro». E ancora: «La vita è una sola». Dentro quella vita il lavoro deve trovare il suo posto accanto alle aspettative e al talento di ciascuno, ma anche alla famiglia e alle amicizie. Il vero nodo è qui. Un’offerta che chiede di sacrificare tutto il resto, per quanto ben pagata, rischia di non reggere. Al contrario, un’azienda che riconosce questo equilibrio parte avvantaggiata. Per molto tempo il lavoro è stato il centro attorno a cui organizzare tutto il resto. Per un ventenne di oggi è un pezzo di un progetto più ampio. Se il pezzo non si incastra, si cambia.

Cosa può fare l’azienda

Il turnover, allora, non va letto solo come scarsa fedeltà. È un’informazione. Ogni giovane che se ne va dice qualcosa su come l’azienda si inserisce, o non si inserisce, nella sua vita.

Le leve sono concrete. Parlarne presto, già al colloquio e nei primi mesi: chiedere che cosa conta fuori dall’ufficio, dagli orari agli spostamenti, dallo sport alla famiglia. Dove il lavoro lo consente, offrire flessibilità. Dove non lo consente, come nei reparti produttivi e nei turni, garantire almeno orari prevedibili e rispettati. E ascoltare: con colloqui periodici con chi resta, con colloqui di uscita fatti sul serio con chi va. Conta anche il percorso. Un giovane che vede dove può arrivare, e in quanto tempo, ha un motivo in più per restare. Uno che non lo vede, a vent’anni, va a cercarlo altrove.

Trattenere è uno dei quattro pilastri su cui l’Osservatorio Delta Index misura l’attrattività delle imprese verso la Gen Z. Ed è quello dove il dato Zucchetti pesa di più. Il turnover non sparirà: a vent’anni si cambia. Ma la differenza tra un’uscita fisiologica e una perdita evitabile la fa l’azienda.

Per approfondire il tema del rapporto tra aziende e Generazione Z: Osservatorio Delta Index e Skillherz

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