Un mercato del lavoro che regge. Non il ricambio generazionale

CAPITALE UMANO. Il mercato del lavoro italiano continua a mostrare segnali di solidità. Dentro questo quadro positivo, però, emerge una frattura generazionale sempre più evidente: i giovani restano l’unico segmento che non beneficia della crescita.

Nel confronto annuale, il mercato del lavoro italiano continua a mostrare segnali di tenuta e, per molti aspetti, di consolidamento. I dati Istat di novembre - al netto di una fisiologica flessione mensile - confermano un quadro complessivamente positivo: livelli occupazionali ancora molto elevati nel confronto storico, disoccupazione in calo e una composizione dell’occupazione che, nel medio periodo, tende a migliorare.

Il dato mensile di novembre, con una riduzione di 34mila occupati rispetto a ottobre, va letto senza forzature interpretative. Su base annua, infatti, il saldo resta ampiamente positivo (+179mila occupati) e il totale degli occupati si attesta a 24,188 milioni. È la conferma di un mercato del lavoro che, pur attraversato da oscillazioni congiunturali, ha rafforzato negli ultimi anni la propria base. Anche la dinamica di genere restituisce una fotografia articolata ma non negativa: la flessione mensile è quasi interamente concentrata sull’occupazione femminile, mentre nel confronto annuale crescono sia gli uomini (+79mila) sia le donne (+100mila), con una dinamica tendenziale che resta più favorevole proprio per l’occupazione femminile.

Attenzione al ruolo dell’inattività

Il calo della disoccupazione, sia su base mensile (-30mila) sia annua (-106mila, -6,7%), è un segnale coerente con la fase di assestamento del mercato. Tuttavia, come spesso accade nei periodi di rallentamento, questo dato va letto insieme all’andamento dell’inattività, che a novembre cresce di 72mila unità. Non si tratta di un’inversione strutturale – su base annua gli inattivi risultano in calo – ma di un segnale che invita alla cautela: una parte della riduzione della disoccupazione riflette anche una temporanea uscita dal mercato di chi smette di cercare lavoro. Un elemento che conferma una fragilità storica del sistema italiano, che continua a registrare uno dei tassi di inattività più elevati in Europa. I tassi sintetizzano bene questo equilibrio delicato: occupazione al 62,6%, disoccupazione al 5,7%, inattività al 33,5%. Un mercato che regge, ma che non riesce ancora a coinvolgere pienamente tutta la popolazione potenzialmente attiva.

Migliora la qualità dell’occupazione

Un aspetto strutturalmente positivo emerge con chiarezza dalla composizione dei rapporti di lavoro. Nel mese calano soprattutto i contratti a termine e il lavoro autonomo, mentre i dipendenti permanenti restano sostanzialmente stabili. Su base annua, il quadro è ancora più netto: i contratti a tempo indeterminato crescono di oltre 250mila unità, gli autonomi aumentano, mentre i contratti a termine diminuiscono in modo significativo. È un segnale importante. La crescita occupazionale degli ultimi anni non è stata solo quantitativa, ma anche qualitativa. Il mercato del lavoro italiano appare oggi più stabile rispetto al passato recente, meno dipendente dalla precarietà e più orientato a rapporti di lavoro strutturati.

La frattura generazionale

Dentro questo scenario complessivamente positivo, però, si apre una frattura sempre più evidente: quella generazionale. I dati sui giovani tra i 15 e i 24 anni mostrano una dinamica opposta rispetto al resto del mercato. Gli occupati diminuiscono, l’inattività cresce in modo marcato, sia nel confronto mensile sia su base annua. Anche osservando i tassi – quindi al netto delle dinamiche demografiche – il segnale resta negativo: l’occupazione giovanile cala, mentre l’inattività supera stabilmente il 78%.

Non è un problema congiunturale, né un effetto isolato di novembre. È l’unico segmento del mercato del lavoro che non beneficia del ciclo positivo degli ultimi anni. Al contrario, la crescita occupazionale continua a concentrarsi nelle fasce più mature, in particolare tra gli over 50, che registrano un aumento di oltre 450mila occupati su base annua. Il mercato del lavoro italiano, in altre parole, funziona, ma si sta chiudendo verso l’alto.

Quando l’innovazione alza la soglia di ingresso

In questo contesto si inserisce un ulteriore elemento di trasformazione: l’adozione dell’intelligenza artificiale generativa nei processi aziendali. Uno studio recente condotto su oltre 285mila imprese negli Stati Uniti mostra che le aziende che investono in AI tendono a ridurre le assunzioni nei ruoli junior, mentre aumentano quelle nei profili senior e le promozioni interne. Non si tratta di una sostituzione diretta di lavoro umano, ma di una riorganizzazione dei processi: molte attività tradizionalmente assegnate ai ruoli entry level vengono automatizzate, mentre cresce la domanda di competenze in grado di governare sistemi, decisioni e processi complessi. Nel contesto italiano, questa dinamica si intreccia con l’inverno demografico e con la difficoltà cronica di reperire giovani profili. L’innovazione tecnologica rende il mercato più efficiente per chi è già dentro, ma più selettivo per chi deve entrare.

Il vero nodo: ripensare i percorsi di ingresso

Il punto non è l’AI, né il ciclo economico. Il vero nodo è l’ingresso. I dati Istat e le evidenze sull’adozione tecnologica convergono su un messaggio chiaro: l’accesso dei giovani al lavoro non è più automatico. Se i ruoli di base si riducono, se l’esperienza viene premiata più del potenziale, allora l’ingresso va progettato. Onboarding, formazione iniziale, affiancamento e ripensamento dei ruoli junior diventano infrastrutture strategiche, non costi accessori. Il mercato del lavoro italiano oggi è complessivamente solido. La sua fragilità non è nella tenuta, ma nel ricambio. Ed è su questa frattura generazionale che si gioca una parte decisiva della sostenibilità futura del sistema produttivo.

Per approfondire il tema del rapporto tra AZIENDE e GENERAZIONE Z collegarsi al sito dell’Osservatorio Delta Index e di Skillherz

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