Lavoro, quasi mille mamme si dimettono. «Mancano servizi e formule flessibili»
L’ANALISI. Nel 2025 hanno lasciato l’impiego 1.451 lavoratori con figli entro i tre anni di età: le donne sono il 65,3%. Il dato è in calo rispetto all’anno precedente (-21,4%), pesa l’inverno demografico. I sindacati: ma il problema resta.
Lettura 3 min.Hanno preso quella decisione tra un cambio di pannolino e l’altro, oppure tra la ricerca di un asilo nido e i calcoli per far quadrare il bilancio familiare. E alla fine, la scelta è stata drastica: lasciare il posto fisso, per stare a casa ad accudire il proprio figlio oppure per passare a un’azienda che garantisce condizioni migliori per sé e per la nuova famiglia. Lo scorso anno, 1.451 lavoratori con figli entro i tre anni d’età hanno dato le dimissioni. È un fenomeno che riguarda soprattutto le donne, ben 948 ((il 65,3%, praticamente due terzi di questa platea), ma che vede crescere anche l’incidenza tra gli uomini (503), e che racconta degli ostacoli nel conciliare vita privata e lavoro.
La panoramica è condensata in un recente report della consigliera di parità regionale, Anna Maria Gandolfi, sulla base dei dati dell’Ispettorato territoriale del lavoro. La mappatura è possibile proprio perché, per legge, le dimissioni dei lavoratori con figli entro i tre anni d’età devono essere «convalidate» dall’Ispettorato del lavoro: una prassi che serve a scoraggiare pratiche – un tempo ben più diffuse – come le «dimissioni in bianco», e anche per comprendere le tante criticità che minano la natalità.
La tendenza
Nell’intera Lombardia le «convalide» di questo tipo nel 2025 sono state 13.114, in calo del 10,6% rispetto all’anno precedente. La flessione c’è anche su scala locale (erano state 1.845 nel 2024, -21,4%), e in parte si spiega anche con l’inverno demografico (se nascono meno figli, diminuiranno anche i padri e le madri che rinunciano al lavoro).
«Pur con un dato in lieve diminuzione – è stata la sintesi di Gandolfi –, il numero delle dimissioni resta molto elevato e le cause sono sostanzialmente sempre le stesse: i dati confermano che il carico familiare continua a gravare prevalentemente sulle donne. Servono più servizi e un cambiamento culturale che favorisca una reale condivisione delle responsabilità di cura tra madri e padri».
Numeri e storie
Tra le pieghe del dossier affiora un identikit sfaccettato. «Più della metà delle richieste riguarda lavoratori e lavoratrici alla prima esperienza come genitori – segnala Paola Redondi, della segreteria della Cgil Bergamo, che con Candida Sonzogni, della segreteria della Cisl Bergamo, ha approfondito il tema –: il 53,7% delle donne e il 54,3% dei padri comunica le dimissioni alla nascita del primo figlio. In tre casi su quattro le dimissioni dei genitori sono comunicate nel primo anno di vita del figlio, la percentuale sale all’82% nel caso delle donne». In tale procedura, i «dimissionari» devono indicare le motivazioni (anche più di una) che li hanno portati a maturare l’intenzione di abbandonare l’azienda. E così, emerge che «più del 94% delle donne motiva le dimissioni per difficoltà legate all’assenza di servizi di cura adeguati, come il mancato accoglimento al nido, l’elevata incidenza dei costi di assistenza o l’assenza di parenti di supporto – approfondisce Redondi –. Al secondo posto troviamo le difficoltà legate alla compatibilità tra l’organizzazione familiare e gli impegni lavorativi: qui si annidano tutte le situazioni in cui l’azienda ha respinto la richiesta di part-time, di altre forme di flessibilità in entrata-uscita o una assegnazione di turni utile a favorire il rientro al lavoro».
Ben diverso il quadro tra gli uomini: l’80,1% si è dimesso per passare a un’altra azienda. Se da un lato è una normale dinamica di mercato, dall’altro è l’indizio – lo si ricava dall’esperienza comune – che questo «salto» può essere legato anche alla possibilità che nel nuovo posto di lavoro ci sia un «work life balance» più consono alle nuove esigenze familiari. L’«emorragia» di neogenitori dalle imprese è decisamente trasversale: ne soffrono le piccole imprese, dove magari è più complesso rivoluzionare la macchina organizzativa, ma è evidente pure in quelle grandi (il 38% delle lavoratrici bergamasche che si sono dimesse era occupata in una realtà con oltre 250 dipendenti), dove ci si immagina una migliore reattività.
«Le difficoltà connesse ai servizi restano preponderanti – rimarca Candida Sonzogni –, e sembrano essere la causa più importante della fuoriuscita. Il tema dei servizi, nel corso del tempo, è diventato sempre più significativo e fa il paio con la mancanza di parenti a supporto».
Al centro difficoltà di conciliazione connesse al lavoro e alla modalità con cui si sono interfacciate con l’azienda al momento del rientro, condizioni gravose, mancato riconoscimento del part time o di una flessibilità oraria comunque adeguata alla cura dei figli
Le sfide
A volte l’addio non è immediato: un’altra prassi tipica è quella di dimettersi poco dopo il ritorno dal congedo di maternità. «Difficoltà di conciliazione connesse al lavoro e alla modalità con cui si sono interfacciate con l’azienda al momento del rientro, condizioni gravose, mancato riconoscimento del part time o di una flessibilità oraria comunque adeguata alla cura dei figli – elenca Sonzogni – rimangono ancora questioni determinanti e ci interpellano fortemente rispetto all’azione contrattuale e di tutela, così come chiedono nuovi percorsi organizzativi e di inclusione nelle aziende e nei luoghi di lavoro. Nel rispetto profondo delle scelte personali legittime, non possiamo fare a meno di riflettere sulle fatiche delle mamme che rimangono al lavoro da equilibriste, così come su quelle mamme che sono costrette a dimettersi, rinunciando a una valorizzazione sempre più importante per il futuro delle nostre comunità».
Anche secondo Redondi ci si trova di fronte a una sfida «che chiama in causa tutte le istituzioni e le organizzazioni di rappresentanza di lavoratori e imprese» affinché si «faccia di più per non disperdere le competenze di questi lavoratori e garantire la continuità di reddito delle famiglie nelle diverse fasi della vita».
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