«Confilosofare» per abitare la soglia
Paolo Dordoni esplora il rapporto tra filosofia e vita con il «confilosofare» socratico nelle cure palliative, per riscoprire la speranza nei gesti quotidiani di resistenza
Filosofare assieme a chi accompagna chi si avvia verso la fine della propria esistenza non significa proporre soluzioni o conforto immediato, ma creare uno spazio e un tempo in cui decodificare i valori depositati nei vissuti, implicati nelle procedure, nelle azioni e persino negli atteggiamenti quotidiani. Così Paolo Dordoni, nel suo volume «Pratiche del confilosofare» (Mimesis), dedica una parte del suo testo a raccontare l’esperienza del filosofare con chi opera nelle cure palliative: un filosofare che non si limita a riproporre l’etica della cura in modo astratto, ma si immerge riflessivamente nella vita di chi sta “vivendo il proprio morire” ascoltando le esperienze di chi se ne prende cura (che attraversa il confine tra presenza e assenza).
Si prenda ad esempio uno dei temi toccati da Dordoni: la speranza. Quando la speranza, nel momento concreto della malattia, rischia di diventare illusione, la filosofia si fa strumento per discernere, occasione per riflettere cosa renda la speranza tale. Dordoni sottolinea che non si tratta di negare la realtà della malattia, né di offrire false promesse, ma di chiedersi cosa significhi sperare per il paziente. Nell’esperienza degli operatori e dei pazienti emerge chiaramente che non sempre le speranza sono le medesime. Sperare non coincide sempre con guarire: alzarsi dal letto, dare un bacio a un nipote, riappropriarsi della dignità ferita dalla malattia sono forme di resistenza alla morte, manifestazioni di vita che affermano, nel piccolo gesto quotidiano, la possibilità di abitare il tempo restante dandogli un senso, anche quando sempre che non vi sia speranza alcuna.
In questi momenti la filosofia ritorna alla sua radice socratica: indagare l’esperienza, chiarire l’oggetto della speranza e riconoscerne la trasformabilità. Anche quando il futuro appare impossibile, il pensare insieme permette di delineare nuovi oggetti di speranza: vedere una persona stare meglio, conciliarsi con qualcuno, ricevere una telefonata. È qui, in questa attenzione ai dettagli dell’esistere, che la filosofia si fonde con la vita. «Perché la filosofia nasce dalla vita e torna alla vita. Non è sganciata dalla vita, semmai è la vita che alimenta se stessa assumendo nuove consapevolezze».
Il contributo della filosofia nelle cure palliative si manifesta nell’aprire spazi di riflessione su nodi esistenziali e sociali, questioni etiche e valoriali, creando momenti in cui pazienti, operatori e familiari possono confrontarsi sui propri tempi e valori, con pudore e rispetto reciproco. Dordoni racconta, ad esempio, del medico al quale il paziente strizza l’occhio per celare la gravità della malattia al figlio, e del figlio che a sua volta chiede di non rivelare la situazione al padre: situazioni che richiedono delicatezza e discernimento, perché l’azione al tempo giusto può fare la differenza.
Tre modalità definiscono il confilosofare nell’esperienza di Dordoni: la deliberazione, il dialogo socratico e le pratiche metaforiche. La deliberazione consente di analizzare posizioni, valori e buone pratiche, consolidando saggezza e apertura a nuove possibilità prendendo le mosse da un dilemma etico; il dialogo socratico diventa esperienza condivisa, in cui il pensare insieme è pratica di ricerca e ascolto, rispetto e scoperta reciproca; le pratiche metaforiche consentono di smontare concetti dati per scontati per riscoprire, attraverso l’immaginazione, la profondità del linguaggio e la capacità di sorprendersi. In questa pluralità di forme, Dordoni evidenzia come filosofare con operatori e non sia esercizio taumaturgico né passatempo dilettantesco, ma vero artigianato filosofico: una pratica che consente di ripensare la filosofia liberandola dai vincoli di un’etica applicata paralizzante e riportandola al suo scopo originario.
Filosofia e vita, in questo contesto, diventano indissolubili: un tessuto in cui la riflessione, l’esperienza e l’azione si intrecciano, dando forma a una saggezza pratica, capace di accompagnare l’essere umano lungo la soglia del morire, senza illudere, ma vivendo pienamente l’atto stesso di abitare la propria esistenza.
Guglielmo Tinaglia e una vita dedicata a studio, docenza e all’amata «Aeronautica militare»
Sono ancora vivi tra chi lo ha conosciuto e tra chi ha potuto accede re alle sue pubblicazioni e ai suoi corsi, il ricordo e l’ammirazione della figura di Guglielmo Tinaglia, uomo generoso che ha dato lustro all’Aeronautica italiana e a cui lo Stato ha conferito il riconoscimento di «Pioniere dell’aviazione» per i 50 anni di attività ed il «Cavalierato al merito della Repubblica».
Alla sua scomparsa è stata intitolata alla memoria una via a Brembate Sopra nei pressi della ex «Caproni». Istruttore nella scuola mi litare specialistica di Capua, ove ha frequentato un corso militare risultando primo classificato su 350 allievi, istruttore di tecnica aeronautica nelle scuole di pilotaggio militare e civile (tra le quali l’«Airone» di Ponte San Pietro) ha svolto l’attività di progettista di strumenti aeronautici. Ha fondato una scuola di specialisti preliminari di aeronautica motoristi al l’«Esperia» di Bergamo e una scuola di aeromodellismo ed aeronautico all’«Aeroclub Taramelli», diventando di entrambe Istruttore tecnico pratico. È stato chiamato a dirigere l’ufficio tecnico dell’Industria Aeronautica facendo capo al gruppo Caproni. Nominato assistente tecnico del genio aeronautico e si è dedicato alla progettazione di strumenti di precisione presso un’industria meccanica milanese e ha scritto un testo riassuntivo di corso di motori per l’aviazione. Nel periodo 1946-1971, il Pioniere Cav. Tinaglia ha fondato e diretto come titolare un ufficio tecnico brevetti e marchi a Bergamo. La sua storia è ospitata nella pubblicazione «Mille Bergamaschi nella storia di Bergamo». Guglielmo Tinaglia è nato nel 1902 ed è venuto a mancare nel 1991.
Francesco Rota Nodari: le nostre montagne mi parlano di te
«Carissimo Francesco, sono passati ormai otto anni e, contemplando le montagne in occasione delle Olimpiadi, ti ho sentito ancora più vicino, perché ho visto la tua passione di vita.
Francesco è nato il 20 settembre del 1977, un bimbo bello, sano, paffutello, morettino. Dopo i primi passi, i primi vagiti, la sua prima parola è stata mamma. «Mamma, mi prendi in braccio, mi dai un bacio, mi fai fare la nanna?». E via via arriva il momento che nessuna mamma dovrebbe mai vivere: una caduta, uno schianto e mi lasci sola col babbo, coi tuoi bimbi, con Marta. Come non aprire il cuore alle lacrime, alla disperazione. Dopo questa turbolenza sto risalendo pian piano la china con il dono della fede perché, Francesco, ti sento mio con tutto l’amore di mamma. Spero un giorno di poterti rivedere».
La tua mamma Marilena
(Francesco se ne è andato nel marzo 2018)
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