Viaggio nei piccoli cimiteri: storie e persone che raccontano chi siamo
Un libro che mostra come nei piccoli cimiteri sopravvivano ricordi collettivi di lavoro e affetti. Storie di postini tra le montagne, bambine scomparse troppo presto e famiglie di cantastorie costrette a migrare
Quando moriamo, per qualche tempo il mondo continua a parlarci. Non con le parole delle persone care, ma con quelle della burocrazia: bollette, fatture, lettere. Arrivano ancora, come se nulla fosse accaduto. Poi, poco alla volta, gli eredi sistemano le utenze, cancellano appuntamenti, chiudono numeri di telefono. I libri prendono la strada dei mercatini, i mobili cambiano casa. E mentre la vita degli altri riprende il suo corso, al cimitero comincia una lunga stagione di giorni tutti uguali. Le visite si diradano, e quando scompare l’ultima persona che ci ha conosciuto in vita, forse si spegne anche il ricordo di noi. È da questa riflessione che prende avvio «Passeggiate nei piccoli cimiteri» (Ediciclo, 2024, 132 pagine, 14 euro), il libro di Claudio Visentin, professore di Storia del turismo al l’Università della Svizzera italiana e osservatore dei nuovi modi di viaggiare sulle pagine del supplemento domenicale del Sole 24 Ore. Il suo non è un viaggio macabro né un itinerario da «cimiturista», ma un’indagine quasi antropologica: un tentativo di salvare dall’oblio le storie nascoste dietro le lapidi. Dietro ogni epitaffio si scopre infatti un’umanità sorprendentemente vicina, dove le differenze sociali si dissolvono.
Come ricorda Totò nella sua celebre «’A livella», tra le tombe possono trovarsi fianco a fianco un re, un magistrato e il netturbino Esposito Gennaro: «Queste pagliacciate le fanno solo i vivi: noi siamo seri… apparteniamo alla morte».
Visentin attraversa così una geografia particolare fatta di cimiteri dimenticati, spesso lontani dai per corsi turistici. Ci sono i cimiteri degli stranieri, come quelli inglesi, spesso concepiti come giardini dove passeggiare. Per secoli gli anglicani in Italia non poterono essere sepolti in terra consacrata insieme ai cattolici. Per questo già a metà Seicento ottennero un proprio spazio a Livorno, porto franco e base della marina britannica nel Mediterraneo. A Roma invece protestanti, ebrei e ortodossi trovarono posto nel Cimitero del Testaccio. Prima, fino al 1671, condividevano la sepoltura con prostitute, vagabondi, attori e suicidi nel cosiddetto Cimitero del Muro Torto, oggi nel Parco del Pincio. Tra i luoghi più toccanti ci sono anche i cimiteri di guerra britannici. Il Regno Unito scelse infatti di lasciare i propri soldati laddove erano stati sepolti la prima volta: la terra veniva donata per sempre alla Gran Bretagna. Un’idea che richiama i versi del poeta Rupert Brooke, sepolto nell’isola greca di Skyros: «Se dovessi morire, pensa solo questo di me: che c’è un angolo di terra straniera che sarà per sempre Inghilterra». All’ingresso dei cimiteri di guerra una frase della Bibbia ricorda: «Il loro nome vive in eterno». E per le tombe senza nome compare la formula «Dio lo conosce», scelta da Rudyard Kipling, che perse il figlio John nella battaglia di Loos nel 1915 e dedicò il resto della vita a commemorare i caduti senza identità.
Visentin preferisce restare lontano dai grandi cimiteri monumentali, già ampiamente raccontati e spesso soggetti a un turnover quasi urbano, dove le tombe «cambiano abitanti con la velocità degli affitti brevi». Il suo sguardo si posa invece sui piccoli cimiteri dell’Appennino, nelle cosiddette Quattro Province: Pavia, Piacenza, Alessandria e Genova. Qui i morti sono sempre stati pochi, tanto che non esisteva neppure il mestiere del becchino. Basta va un falegname per costruire la bara, un carpentiere per la croce di ferro, un marmista per incidere la lapide. «Qualcuno scavava la fossa e, mentre accumulava la terra accanto, raccontava aneddoti sul defunto». Nel cimitero di Belnome, Visentin osserva le lapidi più antiche lungo il muro di cinta. Da una fotografia emerge il volto di Giacomo Zanotti, baffi a manubrio, accanto alla moglie Cristiana Zuffi. Nel marzo del 1925 i due perdono la piccola Adriana, che non aveva ancora compiuto un anno. La madre è incinta e quando, pochi mesi dopo, nasce un’altra bambina, decide di darle lo stesso nome. Ma anche questa seconda Adriana morirà, nel 1932, a soli sette anni. Un piccolo cuore di metallo sulla tomba ricorda ancora oggi «la seconda Adriana». Nel cimitero riposano anche i fratelli Franco e Pino Rebollini, i postini della valle. Con la loro divisa impeccabile, la tracolla e gli scarponi di cuoio, percorrevano ogni giorno venti chilometri di sentieri, affrontando 1500 metri di dislivello per portare la posta nei paesi più isolati. Molte lapidi mostrano uomini in uniforme: per tanti giovani la fotografia della leva militare era la prima e talvolta l’unica della vita. In alcuni casi, quando mancava persino quella, il corpo del defunto veniva portato nello studio del fotografo per scattare un’ultima immagine ricordo. Nel vicino cimitero di Artana, Maria e Margherita condividono la stessa tomba: la prima morta nel 1918, la seconda nel 2001. Un secolo di distanza racchiuso in una sola pietra.
Il viaggio di Visentin si conclude nel minuscolo cimitero valdese di Castello. All’orizzonte si intravede il mare: Santa Margherita Ligure, Portofino. Qui riposa la famiglia Cereghino, contadini poveri che d’inverno giravano Liguria, Piemonte e Lombardia come cantastorie. Li chiamavano gli «Scialìn», gli «allegri», perché accompagnavano con la fisarmonica i racconti che raccoglievano lungo la strada. Furono proprio loro ad avvicinarsi alla fede valdese. Il parroco del paese aveva negato loro la possibilità di leggere la Bibbia senza mediazione sacerdotale; un pastore valdese invece gliela consegnò volentieri. Non fu una scelta indolore. Quando un figlio dei Cereghino sposò una cattolica, i due furono arrestati e il ragazzo morì poco dopo. Parte della famiglia si trasferì a Chiavari, altri emigrarono in America. Le loro lapidi restano lì, affacciate verso il mare. E raccontano, a chi passa, che anche le vite più umili meritano di essere ricordate.
Il cimitero che «cura» i piccoli dal passo incerto
A Romano di Lombardia, cittadina della pianura bergamasca a lungo con tesa tra Venezia e il Ducato di Milano, si trova il raro cimitero della Gamba, precedente al l’Editto di Saint-Cloud.
Fu creato nel 1715 quando la vecchia chiesa parrocchiale venne demolita e si rese necessario un nuovo luogo di sepoltura. Il terreno fu donato dal signor Gamba e il camposanto venne progettato come una piccola chiesa a tre navate senza tetto, inaugurata nel 1776. Nel cortile, con pavimento in cotto, una grande croce in pietra copre la fossa comune. Per secoli qui si svolse un rito popolare: i bambini che tardavano a camminare venivano fatti passare sulla croce mentre si recitava il Credo. Nell’Ottocento furono aggiunte cappelle laterali, tra cui il mausoleo del tenore Giovanni Battista Rubini. Con il nuovo cimitero comunale iniziò il declino, fermato da restauri nel 2001 e nel 2020-21.
A Caravaggio riposa il maître del «Titanic»
Il cimitero di Caravaggio si presenta oggi con un elegante fronte monumentale neoclassico in stile dorico. Il lungo porticato, sobrio e armonioso, è animato dal pronao della chiesa centrale, tripartito e sormontato da un timpano triangolare, mentre i bassi tamburi e le calotte delle cappelle angolari completano l’insieme architettonico. All’interno il cimitero custodisce opere di artisti affermati come Giovanni Moriggia, Enrico Pancera e Giovanni Spertini.
Tra le sepolture più significative spicca la tomba dell’architetto Gian Luigi Banfi, membro del gruppo BBPR, insieme al memoriale dedicato alle vittime del l’esplosione dello stabili mento pirotecnico di Caravaggio. Non manca una memoria curiosa e sorprendente: la lapide che ricorda Ugo Banfi, maître del più lussuoso ristorante del «Titanic».
La chiesa di S. Maurizio, la peste e le fosse comuni
Nel 1630, nei campi vicini alla chiesa di San Maurizio, presso San Fermo, furono scavate grandi fosse comuni per accogliere i corpi delle vittime del terribile morbo che devastò la città. I morti venivano deposti in fretta, uno accanto all’altro, mentre la peste continuava a colpire senza tregua. Con il passare degli anni quel luogo divenne meta di pellegrinaggi: non solo per i parenti delle vittime, ma per tutti coloro che volevano ricordare la tragedia che aveva segnato la comunità.
Dopo oltre trent’anni le ossa furono disseppellite e trasferite nella chiesa-ossario di San Maurizio, costruita appositamente per custodirle. La cerimonia fu seguita da una folla immensa. Da allora quel terreno ha conservato la sua vocazione di Campo Santo: oggi è il Cimitero Monumentale della città.
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