Il fisico di Boltiere che studia l’energia
di fusione nucleare tra Italia e Francia

A 55 anni vive tra Italia e Francia: Fabio Somboli si occupa del sistema elettrico e di raffreddamento dell’innovativo reattore. «Grato alla mia famiglia». Dopo esperienze in giro per il mondo, lavora in Iter da quasi 12 anni e in particolare si occupa degli impianti elettrici, della strumentazione e del controllo del sistema di raffreddamento del reattore. «La formazione di Fisico, aggiunta a una mia predisposizione, mi ha aiutato a lavorare in contesti molto diversi tra loro. Sorrido al pensiero che mi è sempre piaciuta la fisica del metro cubo (piccoli apparati di cui si può sapere tutto) e invece mi occupo d’impianti giganteschi, o che non ho mai avuto una predisposizione per i viaggi e le lingue straniere e da anni lavoro all’estero» racconta.

«Da bambino ero attratto da dispositivi e meccansmi, mi piaceva smontare, aggiustare, mi proponevo a mamma come artigiano per piccoli lavori, mi piaceva girare per casa con la “cassetta dei ferri” sognando un laboratorio tutto mio. Sperimentavo con diversi intrugli, maneggiavo materiali di tutti i tipi. Contraddicendo le sacrosante indicazioni dei miei genitori giocavo con la corrente elettrica e dopo qualche “corto”, le conoscenze crescono e in quinta elementare realizzo il circuito elettrico per il presepe della scuola (oggi situazione giustamente improponibile)». Basterebbero queste parole con cui descrive la propria infanzia, per capire che per Fabio Somboli, 55 anni, originario di Boltiere, «felicemente sposato e padre di due figli, Luca, 21 anni, e Francesca, 18», la fisica non è solo una passione, ma è un fluido che gli scorre nelle vene e che guida la sua esistenza.

«Un pomeriggio – continua – vedo un documentario della Rai per ragazzi. Descriveva il comportamento dei gas e ne rimango folgorato. Decido che farò il fisico». Fabio sceglie il liceo scientifico Sant’Alessandro a Bergamo per perseguire il suo sogno e dopo un inizio difficile «alla maturità esco con il secondo miglior voto della classe, il nove in Fisica e nel frattempo vinco anche un paio di concorsi internazionali. Su di una nota rivista scientifica, infatti, vedo pubblicizzato il concorso Philips per i giovani ricercatori-inventori europei. Ne parlo con una coppia di amici e timidamente partecipiamo a due edizioni: nella prima entriamo nella finale italiana (presentiamo un modellino funzionante di galleria del vento); nella seconda vinco in Italia e prendo un secondo premio alla finale europea a Oslo (presento un “nuovo” tipo di pedaliera per autoveicoli). È un concorso importante, anni prima tra gli altri lo vincono Andrea Rubbia, il figlio di Carlo Rubbia (premio Nobel per la Fisica), e l’attuale ministro Roberto Cingolani. A quel tempo non me ne rendevo conto. Nove in fisica, concorsi internazionali vinti, nessun dubbio: m’iscrivo a Fisica (all’Università di Milano)».

Si laurea e inizia una collaborazione in università, ma dopo un paio di mesi entra in contatto con una società d’ingegneria (Segibo) che si occupava d’automazioni industriali nel campo chimico/farmaceutico. «Vengo assunto. Poi passo alla STMicroelectronics (gigante dei semiconduttori), dove vivo anni stupendi, sia dal punto di vista umano che professionale. Collaboro, come consulente, con la società (Cospal srl) di un caro amico conosciuto durante il servizio militare. Per più di un anno lavoro la sera, il sabato e la domenica. Seguo la realizzazione di pannelli riflettenti per radio antenne (nel caso specifico un radiotelescopio di 40 metri di diametro per il Cnr spagnolo). Mi ri-telefonano dalla Segibo: c’è da seguire un progetto finanziato dall’Unione europea in collaborazione con Università, il Joint Research Centre in Ispra e importanti industrie chimiche, hanno bisogno di un R&D Manager e si sono ricordati di me». Fabio accetta, anche se lascia Stm a malincuore.

«Poi una sera, nel 2005, leggo uno strano e curioso annuncio di lavoro. Rispondo, mi chiamano: competo per la posizione di responsabile dell’ingegneria dell’Osservatorio della Eso (il più grande telescopio ottico del mondo, situato sul Cerro Paranal nel deserto di Atacama). Restiamo in due candidati, scelgono l’altro. Comunque sono piaciuto e mi propongono la posizione di System Engineer del gigantesco interferometro». Dopo averci pensato e ripensato, Fabio accetta l’offerta, trasferendosi in Cile a gennaio 2006. «Con mia moglie Sabrina pensiamo che per età nostra e dei figli questo sia il momento giusto. Alla soglia dei 40 anni ci trasferiamo in Cile, nella città di Antofagasta. Inizia così una nuova vita con tante novità. Io vado avanti e indietro dall’osservatorio e la famiglia vive davanti al Pacifico con alle spalle il deserto più arido del mondo. Sono anni particolari. I figli frequentano una scuola internazionale e mia moglie, abituata in Italia a ore di lavoro giornaliero si adatta, si occupa totalmente dei figli e organizza viaggi stupendi, ma poi deve riprendere il suo lavoro in ospedale. Per mia fortuna è una persona intelligente e capace: giusto che ritorni a dare il suo contributo alla società e si realizzi nel lavoro. E visto che il pendolarismo Cile-Italia non è pensabile, ritorniamo tutti».

Fabio si licenzia e manda il curriculum a Iter. «Iter è l’esperimento più importante sulla fusione nucleare e in generale uno dei più importanti al mondo. Mi prendono e inizio un’altra avventura. Questa volta decidiamo che la famiglia rimane in Italia e io faccio il pendolare Provenza-Boltiere (Iter si trova in Francia vicino ad Aix-en-Provence ndr)». Ormai Fabio lavora in Iter da quasi 12 anni e in particolare si occupa degli impianti elettrici, della strumentazione e del controllo del sistema di raffreddamento del reattore. «La formazione di Fisico, aggiunta a una mia predisposizione, mi ha aiutato a lavorare in contesti molto diversi tra loro. Sorrido al pensiero che mi è sempre piaciuta la fisica del metro cubo (piccoli apparati di cui si può sapere tutto) e invece mi occupo d’impianti giganteschi, o che non ho mai avuto una predisposizione per i viaggi e le lingue straniere e da anni lavoro all’estero».

«Ci tengo a dire che lavoro all’estero ma per organizzazioni di cui l’Italia fa parte. Mi riconoscono operatività e capacità pratica nell’affrontare i problemi e quindi penso di portare lo spirito di Bergamo dentro queste organizzazioni internazionali. Lavoro e ho lavorato in luoghi dove fanno visita ministri e scienziati da tutto il mondo, dove girano film e documentari. Tutto questo è possibile anche grazie alle persone che mi stanno vicino, moglie e figli, che mi hanno seguito in un deserto e che ultimamente nel periodo di separazione dovuta al Covid-19 non mi hanno mai fatto pesare niente. Penso il particolare a mia moglie che durante le nostre telefonate di marzo 2020 mi tranquillizzava, quando in realtà era molto preoccupata per ciò che vedeva in ospedale».

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