Incognita stretto di Hormuz: impatto su chimica e tubi
L’ANALISI. Tra i settori più colpiti anche gomma e fertilizzanti secondo le analisi di Prometeia. Il nostro Paese vulnerabile per il Gnl importato: il 36% proviene dal Qatar.
Lo stretto di Hormuz condiziona l’economia globale. Da questo passaggio strategico transita circa il 20% del commercio mondiale di petrolio e oltre l’80% del gas naturale esportato dal Golfo. Un’interruzione dei flussi, anche temporanea, ha effetti immediati sui prezzi energetici e a catena su inflazione, crescita e catene di approvvigionamento industriali. L’84% del petrolio che transita nello stretto di Hormuz è diretto verso l’Asia. «La Cina da sola assorbe 4,8 milioni di barili al giorno, pari al 33,4% dei flussi, mentre complessivamente un terzo del commercio marittimo di petrolio proviene dai Paesi del Golfo», spiega Alessandra Lanza, senior partner di Prometeia, la società di consulenza e ricerca economica che ha analizzato le implicazioni economiche del nuovo scenario geopolitico in Medio Oriente.
«La Cina da sola assorbe 4,8 milioni di barili al giorno, pari al 33,4% dei flussi, mentre complessivamente un terzo del commercio marittimo di petrolio proviene dai Paesi del Golfo», spiega Alessandra Lanza, senior partner di Prometeia
Un peso analogo emerge sul fronte del gas naturale. «Oltre l’80% del gas esportato passa dallo stretto e il Qatar rappresenta quasi il 93% della produzione», ricorda Lanza. Anche in questo caso le principali destinazioni sono asiatiche: Cina e India assorbono rispettivamente circa il 23% e il 20% delle esportazioni.
La situazione in Europa
Per quanto riguarda l’Europa, l’esposizione diretta appare più limitata, ma non per questo priva di conseguenze. Le importazioni di petrolio dal Golfo valgono poco più del 13% e quelle di metano il 6,3%, ma si tratta di mercati globali: anche se la quota è piccola, l’effetto sui prezzi è lo stesso per tutti. Per l’Italia esiste, però, una vulnerabilità specifica sul gas naturale liquefatto: il 36% del Gnl importato dall’Italia proviene dal Qatar, una quota che amplifica l’esposizione del sistema energetico nazionale alle tensioni nell’area.
Nonostante l’escalation militare, i mercati continuano per ora a scommettere su una crisi di durata limitata. «Le quotazioni implicano una probabilità inferiore al 30% che il Brent resti sopra i 120 dollari al barile a maggio 2026 - evidenzia Lanza - mentre sul gas c’è una probabilità dell’80% che il valore sul mercato olandese di riferimento superi i 60 euro a megawattora ad aprile 2026, ma solo del 14% che oltrepassi i 100 euro».
Le tensioni nello stretto di Hormuz rischiano di propagarsi lungo le filiere industriali
Le tensioni nello stretto di Hormuz rischiano di propagarsi lungo le filiere industriali. «Dalla chiusura dello stretto arrivano rischi anche su materie prime come l’alluminio, che rappresenta il 15% delle importazioni europee», avverte Lanza. Per l’Italia i settori più esposti sono gomma, chimica di base, fertilizzanti e tubi in acciaio. Ma gli effetti più significativi potrebbero arrivare indirettamente attraverso le catene di approvvigionamento asiatiche: «Componenti meccaniche dall’India e tessile o farmaceutica dalla Cina sono produzioni con bassissima sostituibilità», rileva Lanza. La tensione geopolitica si riflette già sugli indicatori finanziari: «Il Geopolitical Risk Index è su livelli superiori a quelli registrati durante l’invasione russa dell’Ucraina e venerdì si è avvicinato ai valori osservati dopo l’attacco alle Torri Gemelle», sottolinea Lea Zicchino, senior partner di Prometeia.
I tassi d’interesse
Le prime reazioni si vedono soprattutto nelle aspettative di inflazione. «Le attese sui prezzi sono aumentate nel breve termine, e molto di più per l’Europa, che appare l’area più esposta a questa nuova crisi», osserva Zicchino, ricordando che nel precedente shock energetico l’inflazione si trasmise ai prezzi al consumo in circa quattro mesi negli Stati Uniti e in otto mesi nell’area euro. Anche le aspettative sui tassi di interesse stanno cambiando: secondo gli esperti di Prometeia i mercati scontano un aumento dei tassi della Bce entro la fine dell’anno e un livello che potrebbe arrivare al 2,5% entro il 2028. Negli Stati Uniti, invece, il primo taglio dei Fed Funds viene ora previsto più avanti nel tempo, con una probabilità crescente che avvenga solo a settembre.
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