Mobili, meno negozi: pesano i costi alti e lo scarso ricambio

SCENARIO. Sono 323 le realtà provinciali, in calo da 6 anni. Le criticità: staffetta generazionale e costi di gestione. Le qualità: la grande tradizione e il servizio alla clientela.

Anche se restano un settore importante per l’economia del territorio, lentamente ma inesorabilmente le imprese di commercio al dettaglio di mobili e complementi d’arredo bergamasche continuano a perdere pezzi, pur confermandosi come presidio numericamente solido. Le attuali 323 realtà sono infatti frutto della costante e leggera «erosione» avvenuta negli ultimi sei anni, dopo un periodo precedente di lieve crescita. «Il calo delle attività – spiega Lorenzo Cereda, presidente del Gruppo mobilieri di Ascom Bergamo e nel Consiglio nazionale di Federmobili – è da imputarsi in primis alle difficoltà di ricambio generazionale all’interno delle nostre imprese e ai costi di gestione e mantenimento difficilmente sostenibili soprattutto dalle piccole realtà generaliste. I negozi di dimensioni ridotte che non possono contare sul supporto di un unico brand, non essendo monomarca, pagano infatti il prezzo maggiore».

Dello stesso avviso anche il direttore di Ascom Bergamo, Oscar Fusini. «Un primo aspetto critico è che l’attività richiede un forte investimento di capitale immobilizzato e, soprattutto in questa fase, finanziariamente ciò pesa. La seconda è che questo tipo di lavoro, almeno nelle imprese tradizionali, richiede una forte professionalità sia da un punto di vista tecnico sia commerciale e questo incide sul tema del ricambio generazionale». Nonostante le oggettive complessità il mondo del mobile, composto per il 29% da ditte individuali, per il 26% da società di persone e per il 45% da società di capitale, evidenzia però una buona dinamicità. Lo sottolinea la presenza di un 16% di imprese che, nate meno di 5 anni fa, stanno affrontando la fase di start up. «Spesso –spiega Cereda - sono nuovi negozi di dimensione ridotta aperti da ex dipendenti di aziende del comparto che, forti di una solida esperienza, decidono di fare il salto e mettersi in proprio: conoscono il settore, forti di una cultura del “bello” e del “fatto bene”».

Ma nel comparto c’è anche una longevità importante delle imprese - il 35% ha più di 30 anni di vita ed un ulteriore 25% va oltre i 10 anni – e nella tradizione che contraddistingue il territorio orobico. Lo sostiene anche Fusini,: «Questa categoria di professionisti ed imprese è storica nel commercio e conta su una grande tradizione. La Bergamasca è una provincia con le case tra le meglio arredate e architettonicamente pregevoli d’Italia e i due settori, quello dell’edilizia e dell’arredo, sono cresciuti insieme, grazie anche alle possibilità economiche dei cittadini orobici».

Tre segmenti di mercato

Non stupisce dunque che il settore distributivo dei mobili sia strutturato sulla base delle diverse richieste del mercato. «Oggi il comparto si basa su tre segmenti capaci di rispondere alle richieste di una clientela sempre più preparata ed esigente: imprese familiari, negozi di catena e grande distribuzione. Il primo ambito punta sul servizio al cliente, il secondo sull’attrattività del brand e l’ultimo sul fattore prezzo. Ciascuno esprime il proprio punto di forza rispetto a stili di acquisto che cambiano e a clienti che sono più nomadi rispetto al passato». Un approccio quest’ultimo che, unito alla polarizzante congiuntura socio-economica mondiale, è tra i fattori responsabili della progressiva contrazione del comparto.

Un indice significativo della volontà di dare un giro di vite ad un periodo non semplice per il settore che si trova a fare i conti anche con scelte governative, espresse nella Legge di Bilancio, tese alla riduzione degli incentivi. Ma non solo, i fattori impattanti sono anche altri. «La difficoltà di ottenere mutui a tassi agevoli ha portato le giovani coppie a rallentare o a bloccare l’acquisto della casa con inevitabili ricadute anche per il nostro settore, legato a doppio filo a quello dell’edilizia. Se, dunque, le prospettive per il breve periodo non sono preoccupanti, potendo i professionisti del mobile contare ancora su un portafoglio ordini legato all’onda lunga delle ristrutturazioni, il medio periodo è invece più ostico da ipotizzare», conclude Cereda.

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