Economia / Bergamo Città
Domenica 18 Gennaio 2026
«Troppo rapida la spinta verso il “green”. I dazi diventati variante imprevedibile»
IMPRESE E MERCATI. Persico (Confindustria Bergamo): «Con il Mercosur buone prospettive per i macchinari. L’Ue non abbia un mero ruolo regolatorio. Il rallentamento degli ordini di oggi avrà effetti nei prossimi mesi»
«Il 2025 ci ha insegnato una lezione chiara: l’export resta il nostro motore di crescita, ma oggi si muove su un terreno geopolitico scivoloso come non mai». E per Claudia Persico, vicepresidente di Confindustria Bergamo con delega a internazionalizzazione ed export, anche il 2026 non sarà molto diverso.
Nel 2025 l’export bergamasco è cresciuto, ma in modo irregolare. Tutta colpa dei dazi americani?
«Nei primi nove mesi del 2025 abbiamo toccato i 15,6 miliardi di esportazioni, il massimo storico in termini di valore, con una crescita del 2% rispetto all’anno precedente. È stato molto positivo soprattutto il primo trimestre, con oltre il 4% di incremento, poi abbiamo visto un progressivo rallentamento dovuto alle incertezze della politica commerciale Usa e alla limitata operatività verso mercati come Russia e Cina. Le performance di Bergamo sono sostanzialmente in linea con quelle lombarde, ma inferiori alla media nazionale, che invece ha beneficiato dell’exploit farmaceutico».
Oltre all’automotive, che ha perso il 3,4% delle esportazioni, anche le materie plastiche hanno segnato una contrazione del 4,3% e la chimica di base del 2,1%.
«La dinamica di materie plastiche e chimica è molto legata alle condizioni dell’automotive europeo e alla crisi che colpisce l’agricoltura, mentre i sussidi pubblici si spostano sempre più verso il welfare per effetto dell’invecchiamento demografico. I macchinari restano il nostro pilastro: più 3%, pari a oltre 120 milioni aggiuntivi nei primi nove mesi del 2025. Sono andati molto bene gli altri mezzi di trasporto, che tornano in terreno positivo: più 20% su base annua».
La metalmeccanica, però, è ancora debole per produzione ed export. E la stessa meccatronica bergamasca performa meno della Lombardia. Cosa sta succedendo?
«In Europa la spinta verso il “green” è stata troppo rapida e poco coordinata. Questo ha generato incertezza, frenando investimenti e programmazione. Cina e Stati Uniti hanno politiche più pragmatiche, invece le nostre imprese lavorano seguendo normative molto più rigide: un vincolo, certo, ma anche una garanzia di qualità e durabilità che può trasformarsi in vantaggio competitivo».
Prometeia indica una crescita moderata dell’export nel 2026, eppure le imprese leggono ordini in calo.
«Le previsioni parlano di un più 2%, ma temo siano ottimistiche. Il rallentamento degli ordini che vediamo oggi avrà effetti nei prossimi mesi. E soprattutto la variabile dazi è diventata imprevedibile: prima erano un costo stabile, ora un fattore in continuo cambiamento che ci costringe a mappare costantemente i mercati».
In questo scenario diversificare diventa fondamentale. Quali sono le rotte più interessanti?
«Tra i partner commerciali europei, la Germania sta recuperando lentamente, più 2,3%, mentre la Francia resta stabile (meno 0,4%). Gli Stati Uniti, nonostante i dazi, che in alcuni casi sono saliti dal 3% al 15% o al 50% sull’acciaio, hanno stranamente dimostrato una discreta tenuta (più 1,1%), ma lo scenario rimane imprevedibile. Di fatto le imprese stanno ridisegnando le catene di fornitura privilegiando criteri di resilienza e sicurezza rispetto alla sola efficienza dei costi. Molto interessanti sono le prospettive dell’accordo con il Mercosur: Brasile, Argentina e Cile potrebbero azzerare dazi oggi compresi tra il 25 e il 35% sui macchinari».
E guardando verso Est?
«In Medio Oriente è molto interessante l’Arabia Saudita, cresciuta del 28% grazie ai grandi investimenti infrastrutturali. Sorprende un po’, invece, il rimbalzo del 23% della Cina: sicuramente le tensioni con gli Stati Uniti spingono Pechino a rafforzare gli acquisti in Europa».
L’export è sempre più strategico perché in Italia ed Europa la domanda interna si sta indebolendo, anche per questioni demografiche. Cosa serve alle imprese per reggere questa sfida?
«La capacità di esportare rimane uno dei principali fattori di tenuta e sviluppo del sistema industriale, a condizione che sia sostenuta da politiche energetiche, infrastrutturali e commerciali coerenti. L’Italia deve fare la sua parte, ma anche l’Europa deve reagire con una politica industriale più realistica, invece di limitarsi a un mero ruolo regolatorio e di attore esterno alle dinamiche globali».
Trump ha usato i dazi per convincere le imprese ad andare a produrre negli Stati Uniti. La sua azienda è presente in America già da anni. Che idea si è fatta da questo osservatorio diretto sugli Usa?
«Siamo presenti in Michigan da 11 anni e in Minnesota da due. Serviamo i clienti localmente, facendo modifiche, manutenzione e riparazione di macchinari per lo stampaggio rotazionale. Credo che chi ha prodotti unici possa continuare a crescere anche con i dazi. Però il mercato automotive americano oggi non esprime grandi progetti e non mi aspetto una ripartenza significativa nel 2026: i cicli d’investimento non reagiscono in tempi brevi».
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