A un’Europa più forte serve più condivisione

MONDO. La parola chiave è crescita. Su questo i capi dei 27 Stati dell’Ue sono tutti concordi. Mario Draghi ed Enrico Letta hanno tracciato la strada.

Solo lo sviluppo economico può generare ricchezza e quindi le risorse per non essere costretti a scegliere tra burro o cannoni, ovvero mantenimento dello stato sociale, pensioni, sanità, servizi alla persona ecc. e una deterrenza militare in grado di dissuadere i malintenzionati. La libertà alla quale nessuno vuole rinunciare si misura in plusvalore. Per ottenerlo si deve passare per la ricerca e l’innovazione. In Germania ci pensano e hanno creato una commissione apposita che porta il nome di «Esperti per la ricerca e l’innovazione». Fa capo direttamente al governo e la presidente Irene Bertschek ha presentato al cancelliere Merz in questi giorni la relazione annuale.

Europa, unire le forze

Due sono le informazioni che all’Italia possono interessare: la Germania ha il primato dei brevetti in Europa e ha un numero considerevole di start up. Condivide con gli altri Stati i problemi dell’eccessiva burocratizzazione dei processi decisionali, di una inadeguata digitalizzazione, una scarsa presenza nell’intelligenza artificiale e nelle tecnologie a carattere strategico come i microchip e i data center.

Insomma tutto ciò che vede in prima linea gli Stati Uniti con i suoi colossi, da Tesla e Starlink di Elon Musk, a Nvidia, a Microsoft, ad Amazon e Apple, appare lunare visto dall’Europa. Scatta quindi il momento del riscatto perché, come è stato sostenuto alla Conferenza per la sicurezza di Monaco di Baviera, il problema europeo è la frammentazione. Per superarla occorre unire le forze, il che vuol dire condividere.

Tradotto dal linguaggio diplomatico significa che ogni singolo Stato si mette nelle mani dell’altro in settori strategici e sensibili per la sovranità nazionale. Il progetto franco-tedesco per il caccia di sesta generazione Fcas si è arenato perché i francesi con Dassault si sono rifiutati di mettere in comune i dati segreti del loro Rafale, il supersonico che fa concorrenza agli F35 americani. L’idea è: se diamo questi dati ai tedeschi, chi ci garantisce che poi non li utilizzino per sé o addirittura contro di noi? A quel punto i francesi sarebbero alla mercé altrui. Su questo equivoco è nato il dissenso tedesco che ha portato ad avvicinare Berlino a Roma.

Le relazioni tra Francia, Germania e Italia

Quello che la stampa italiana ha chiamato un asse altro non è che un diversivo. La Francia è potenza atomica e se l’Europa, leggasi la Germania, ha bisogno di una deterrenza nucleare, schiacciata com’è tra minaccia russa, inaffidabilità americana ed egemonia cinese, Parigi diventa un passo obbligato. E questo spiega molto del perché Merz alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera si sia posizionato là dove la Francia di Macron sta da sempre: condanna netta della politica Maga di Trump. «Under Destruction» è il titolo di apertura del documento di presentazione della 62 edizione della Conferenza sulla sicurezza e in fase di demolizione è tutta l’architettura politica che sino a ieri ha garantito pace e benessere all’Europa.

Il governo italiano non ha fatto una scelta altrettanto chiara. Consapevole del ruolo di subordinazione alla Germania, Paese con un Pil quasi il doppio di quello italiano, Meloni ha giocato la carta economica nella speranza di avviare progetti comuni di sviluppo. E con ragione visto che in Italia non mancano le imprese di successo. Il capitalismo italiano vive però di genialità imprenditoriale ma manca di sistema.

È necessario creare quel terreno di interscambio con le aziende e con le università che favorisca la nascita di start up. Irene Bertschek lo cita nel suo rapporto come problema anche della Germania. Su questo si può fare molto in comune. Ma un allineamento politico di fondo del governo cristiano democratico e socialdemocratico di Berlino con Roma è da escludere.

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