Abitare la storia in modo nuovo
Don Luigi Palazzolo tra i bambini di Borgo San Leonardo in un dipinto di Marigliani

Abitare la storia
in modo nuovo

Luigi Maria Palazzolo sarà presto santo. Il Papa ha riconosciuto il miracolo compiuto per intercessione del prete bergamasco, beatificato da Papa Giovanni il 19 marzo 1963. La bella notizia è rimbalzata velocemente sui social nella mattinata di ieri con la forza di sorprendere di risvegliare stupore e curiosità in una città e in un territorio come il nostro, ancora provvisti del senso della storia, capaci di distinguere il bene e di onorare gli uomini migliori del passato e le opere che hanno saputo mettere in campo. Il confronto con il prete bergamasco, a distanza di un secolo e mezzo, ci fa misurare che, nel succedersi delle epoche della storia, il «facile» e il «difficile» non dipendono solo dalle condizioni sociali, ma è questione di chi vi pone mano.

Cinquant’anni fa, don Andrea Spada, dalle pagine di questo giornale, faceva notare noi oggi non riusciamo a fare ciò che è facile, perché ci è stranamente difficilissimo, mentre il Palazzolo, come don Bosco, come don Orione, don Cottolengo, don Guanella, fece cose difficilissime con una facilità che oggi ci sorprende. L’umile «fonditore di Ghisa» e l’umile «raccoglitore di rifiuti» non ha mai sofferto mancanza di fiato spirituale, non ha avuto crisi di stelle sopra il suo capo, non ha mai smesso di guardare e di leggere il proprio tempo dentro un cono di luce che viene dall’alto e che gli ha dato coraggio di morire «spiantato», pur di fare del bene. Oggi i tempi sembrerebbero più facili per il bene e per la carità; anche i mezzi sono maggiormente alla nostra portata, ma se si appanna l’orizzonte e scende sugli animi la nebbia dell’indifferenza tutto diviene più complicato.

Guardando la realtà con sguardo illuminato dalla fede, don Luigi Palazzolo ha saputo vedere povertà nuove che si assommavano a quelle antiche e ha compreso l’insufficienza di interventi caritativi ispirati al paternalismo. I giovani dei quartieri popolari, segnati dalla miseria, richiedevano pane e lavoro e percorsi di istruzione per essere accompagnati a diventare cittadini onesti e cristiani. Don Luigi ha visto, ma non si è limitato a costatare e denunciare. È entrato in campo e si è messo in gioco con generosità e tenacia per arrivare dove le istituzioni del tempo non giungevano. Lo ha fatto coinvolgendo le suore e gli stessi orfani nel lavoro, come era in uso nelle famiglie di allora, dove tutti, piccoli e grandi, si sentivano impegnati a contribuire alla precaria economia familiare: gli orfani nell’agricoltura, le orfane nel tessile a domicilio e, così, lavorando, si addestravano a un mestiere per il futuro. Lo ha fatto avendo attenzione al senso di partecipazione che stava muovendo i primi passi per un rinnovamento dal basso della società, dando ospitalità nel suo oratorio in San Bernardino – dove oggi c’è la casa Madre delle Suore delle Poverelle - al Circolo di San Luigi, un movimento che contribuirà al nascere del Movimento Cattolico.


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