Alleati disuniti Draghi alla prova
Matteo Salvini e il premier Mario Draghi

Alleati disuniti
Draghi alla prova

Per Draghi e il governo la parte più difficile arriva adesso. La forza del premier lo dice il nome stesso, la sua credibilità internazionale. E lo è insieme al fatto di rappresentare l’ultima carta che il Sistema Paese può giocare per le riforme. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza non era in discussione fra gli alleati di governo e, di fronte ad alcune perplessità dell’Europa, è bastato quel «Garantisco io» detto dall’ex banchiere per chiudere le partita. Tuttavia la luna di miele, a tre mesi dalla nascita dell’esecutivo, prima o poi è destinata a terminare. Intruppare avversari dichiarati e vederli votati alla disciplina non è una sequenza automatica, verificata del resto anche in questi giorni, benché l’ombrello protettivo del presidente del Consiglio abbia fin qui cercato di coprire la disunione dei soci di maggioranza. La missione della compagine dei «carissimi nemici» era ed è quella di gestire il piano vaccino, varare il Recovery e avviarne la prima fase.

L’emergenza Covid non è ancora risolta e non tutto quadra. Il piano di resilienza è stato portato a casa, ma i soldi c’erano già: da un lato completa il percorso del governo Conte 2 e dall’altro lo consolida con integrazioni rilevanti e con l’omnibus delle riforme. Un progetto ambizioso e trasformativo. C’è una dimensione sociale che non può essere disattesa, perché rimanda all’emergenza resa acuta dalla pandemia: quella della solidarietà e della coesione nazionale. Nella pratica immediata significa cercare di ricomporre la frattura fra garantiti e non. Tutto questo in un Paese che ha visto la disoccupazione crescere di oltre un milione di persone e l’inasprirsi delle disuguaglianze. Tendenze destinate ad accentuarsi quando saranno eliminati i principali vincoli al licenziamento.

La parte da capire riguarda le misure compensative che verranno messe in campo per i perdenti e come verrà gestito sul piano sociale il programma di cambiamento. Draghi è chiamato a trovare una sintesi politica fra alleati costretti ad esserlo, qualcosa di più di una mediazione fra le opzioni neoliberali e quelle solidaristiche. L’esperienza di un governo tecnico a noi più vicina, quella di Monti, dice che la competenza non basta e che alla lunga le «riforme senza popolo» non sono sostenibili: la questione del consenso, della rappresentanza popolare riemerge comunque anche nel caso di alleanze per necessità, dove il contrasto culturale e ideologico può essere sterilizzato per un certo periodo ma non eliminato. Tutto è politico, intendiamoci, e il premier anche alla Bce ha dimostrato di esserlo, però il quadro sta cambiando: sembra crearsi in sostanza una divaricazione fra la ragione sociale dell’esecutivo e le prospettive dei partiti. Non c’è solo il problema Salvini che di tanto in tanto si smarca, mentre Draghi può fare molto ma non tutto, come segnalava con occhio critico l’«Economist»: anzi, pretendere troppo, qui e subito, non si renderebbe un buon servizio al premier. Nei prossimi mesi si sovrapporranno, condizionandosi a vicenda, il piano governativo delle riforme e quello partitico in vista delle amministrative in autunno e dell’elezione per il presidente della Repubblica. A inizio luglio scatta il semestre bianco con la tentazione del «liberi tutti» e già abbiamo visto un cenno di rimescolamento delle alleanze che preannuncia le convulsioni dei prossimi mesi: si stanno definendo, per la partita del Quirinale, i confini del campo da gioco e chi ne sarà il regista. Il voto a ottobre nelle grandi città (da Roma a Milano, da Torino a Bologna) equivale ad una quasi elezione politica: uno stress test per Salvini ultima maniera e Letta l’esordiente.

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