Bastonata al non profit con l’Iva: ci risiamo

In Italia il Terzo settore (terzo rispetto a Stato e mercato) è composto da ben 350.492 enti non profit, che impiegano 844.775 persone e usufruiscono dell’impegno gratuito di 5,5 milioni di volontari. È un comparto che contribuisce a generare il 5% del nostro Pil e vale 80 miliardi di euro: i sospettosi non tirino conclusioni errate, la cifra infatti non viene intascata ma reinvestita nell’attività degli enti (da qui il nome di non profit: viene generato sì profitto, ma impiegato nella crescita dei sostegni). Secondo una recente ricerca del Censis, negli ultimi 10 anni il Terzo settore italiano è cresciuto del 25%.

Ha dato prova del suo valore anche nei mesi peggiori della pandemia, sopperendo a carenze statali ma anche mettendo in campo iniziative creative per sostenere le persone contagiate e in generale in lockdown. Ma associazioni e cooperative sociali sono spesso portatrici di un valore aggiunto che non è misurabile economicamente: generano relazioni nuove e comunità, in un tempo che ha perso il valore di queste azioni, salvo poi lamentarne l’assenza. Ebbene, anche quest’anno il Parlamento è riuscito a generare un pasticcio destinato a pesare su un ambito così importante per la nostra vita sociale. Già nella definizione dei progetti del Recovery plan non ha avuto il ruolo che avrebbe meritato, se non per una consultazione tra il governo Draghi e il Forum del Terzo settore, ma ora arriva puntuale la solita strenna natalizia: la disciplina dell’Iva riferita alle organizzazioni non profit ritorna infatti d’attualità come l’anno scorso nello stesso periodo, quando una previsione contenuta nella legge di Bilancio 2021 puntava a considerare commerciali ai fini Iva tutte le prestazioni delle associazioni.

Quest’anno, proprio alla vigilia della Giornata internazionale del volontariato (5 dicembre), il Senato ha approvato il decreto fiscale collegato alla legge di Bilancio 2022 che prevede di considerare soggette a Iva attività del non profit finora esenti. La norma è l’ennesimo pasticcio all’italiana. C’è infatti una procedura d’infrazione dell’Unione europea nei confronti del nostro Stato nella quale si contesta l’aver escluso dal campo di applicazione dell’Iva operazioni rientranti invece nel campo di esenzione dell’imposta, come quelle del Terzo settore. Ma se è vero che errare è umano, perseverare è diabolico: esiste nel nostro Paese evidentemente una tecnica legislativa che viene adottata a prescindere dalla natura di chi opera e un’assoluta mancanza di considerazione nei confronti delle decine di migliaia di enti che compongono l’economia civile italiana. Una modifica così importante non può essere adottata in tutta fretta e utilizzando un approccio che rivela l’assoluta incapacità del legislatore di ricomporre un quadro normativo armonico con la recente riforma del Terzo settore (che ha già recepito le regole europee), con la disciplina che prevede ai fini delle imposte dirette e con quella per le organizzazioni escluse o che resteranno al di fuori del non profit.

Per un mondo così apprezzato - non sempre per la verità: sono bastate alcune inchieste giudiziarie su cooperative dedite all’accoglienza di migranti per gettare discredito e fango su un intero, grande settore - si tratta dell’ennesima bastonata, con relative complicazioni burocratiche. Per correggere l’errore sono in campo parlamentari (anche bergamaschi) di diversi partiti. C’è tempo fino al 20 dicembre, quando la Camera voterà definitivamente il testo. L’abrogazione dell’obbligo del regime Iva per le associazioni non sarebbe un regalo di Natale, ma un atto di giustizia.

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