Capitale di una cultura «buona»

Attualità. Ci siamo. Da oggi, e per l’intero anno, Bergamo e Brescia condivideranno l’onore di rappresentare la cultura italiana assumendo - insieme - il titolo di «Capitale». Al singolare, come fossero un tutt’uno, e già questo, di per sé, ha la sua importanza, perché vuol dire che la rivalità tra i due campanili, tanto accesa quanto insensata, può finalmente finire in soffitta, con buona pace di chi, ancora oggi, considera il fiume Oglio un confine invalicabile.

Una condivisione, quella fra le due città, che può rappresentare un paradigma virtuoso per alimentare la coesione del Paese, nel nome di un comune destino. I dodici mesi che abbiamo davanti saranno punteggiati da spettacoli, mostre, concerti, incontri, rappresentazioni teatrali e tantissime altre cose ancora, che faranno risaltare il meglio di quanto Bergamo e Brescia custodiscono da secoli. Ma la cultura che vogliamo rappresentare deve essere anche una sorta di chiave di volta dove incardinare il riscatto comunitario (e personale) che andiamo cercando dopo la tragedia del Covid, uno strumento per far capire agli italiani da dove abbiamo preso (e appreso) quella grande forza e quell’incrollabile resilienza che, pur sotto i colpi mortali del terribile virus, non ci ha spezzato. Al contrario, ci ha resi ancor più uniti, rinsaldando il legame con le nostre radici, che affondano nella cultura del sapere, del fare, del saper fare.

Bergamo, dunque, condivide con Brescia un anno di grande responsabilità, cominciando proprio da quella – persino affascinante, se si vuole – di trasmettere all’Italia intera la cultura della ripresa, del saper rialzare la testa in un momento difficilissimo, in cui la stessa comunità internazionale ha bisogno di capire cosa fare per non farsi travolgere da una crisi planetaria che sta mettendo a rischio la tenuta sociale di interi Paesi. Sullo sfondo, una guerra orribile, orribile come solo un conflitto armato sa essere, che semina morte, distruzione, povertà, e di cui, a distanza di un anno dal suo inizio, non sembra vedersi la fine. Per questo Bergamo, che ha appena svestito i panni di Capitale italiana del volontariato in virtù del suo sapersi mettere al servizio degli altri, silenziosamente, senza mai chiedere nulla in cambio, deve saper trasmettere una cultura che sia anche sinonimo di pace, in grado di promuovere sentimenti di convivenza e di cooperazione. E non è certo un caso se sul fronte dell’accoglienza siamo sempre stati tra i più generosi dello Stivale, con i migranti prima e i profughi in fuga dall’Ucraina poi. Un altro capitale, non solo da conservare, ma da incrementare e tramandare alle nuove generazioni, che hanno bisogno di cultura per aprire la mente, per aprirsi al mondo, per crescere come persone e come cittadini, in una logica di vera partecipazione che sta alla base di ogni processo di crescita e di sviluppo.

Bergamo capitale della cultura, con la cultura intesa come capitale, come patrimonio, come ricchezza da valorizzare e da investire, al fine di «produrre» nuova ricchezza per la sua comunità e per tutto il Paese, cosa che peraltro Bergamo e i bergamaschi hanno sempre dimostrato di sapere fare, e con successo. Basta guardarla, anche solo da lontano, per cogliere lo scrigno di tesori, antichi e nuovi, che possediamo. Se oggi Stendhal tornasse a Bergamo venendo da Milano rivedrebbe alla sua sinistra «l’incantevole e superba bellezza» di Città Alta, «il più bel luogo della terra e il più affascinante mai visto», che ancora si staglia nel cielo con i suoi campanili e le sue torri, simboli millenari di storia, di arte, di ingegno, di cultura appunto. Ma a destra scorgerebbe una lunga «linea colorata», quella del «Kilometro Rosso», la Bergamo moderna, la Bergamo dei saperi, la Bergamo dell’innovazione, che vede riuniti lì i ricercatori dell’Università, del mondo industriale, del «Mario Negri». Bergamo come esempio per il Paese è anche una responsabilità capitale per tutti i bergamaschi, chiamati nel corso di questo 2023 a mostrare non soltanto il meglio della nostra città e della nostra provincia, ma il meglio di sé stessi, anche nelle piccole cose, continuando ad alimentare quel senso di comunità che ci ha sempre contraddistinto.

«A Bergamo - annotò nel 1973 il regista e sceneggiatore Cesare Zavattini, protagonista della grande stagione cinematografica del Neorealismo italiano, ma anche scrittore e poeta - era tutta luce, tutto bianco e rosa, grandi ali sulla pianura e le brame invernali davano risalto ai fulgori dei campanili. Da chi mai deriva tanta perfezione positiva, per cui anche una morte, una malattia, finivano per l’iscriversi in un disegno pasquale?». Poche parole, ma in cui sembra aleggiare senza tempo lo spirito e l’umanesimo della gente bergamasca . Ci sarà pure un motivo perché nell’iniziare e nel chiudere le proprie giornate nell’incontro con il Signore, Papa Giovanni ringraziava Dio non solo per averlo creato, redento, e fatto cristiano, ma anche per averlo fatto sacerdote «e bergamasco»...

E allora godiamoci tutti insieme questa Capitale, che sia da stimolo per trarre da noi stessi quella straordinaria energia che ci ha fatto così e che ci ha portato sin qui.

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