Caro energia, le colpe e la risposta che manca

Il commento. Dall’inflazione che grava sul carrello della spesa al rallentamento delle attività aziendali, molti dei segnali più sinistri in arrivo dalla nostra economia sono riconducibili a una crisi energetica che investe l’intero continente e che ha pochi precedenti nel recente passato. Di chi è la «colpa» di tutto ciò?

Legittimo chiederselo, se si è animati dalla volontà di andare alla radice dei problemi per tentare di trovare soluzioni agli stessi. Sbaglieremmo invece a offrire risposte semplicistiche o affrettate solo per tranquillizzare noi stessi. Puntare il dito verso «l’Unione europea» come causa scatenante del caro bollette è poco realistico, ricorda da vicino il meccanismo del «capro espiatorio», un processo mistico (e irragionevole) di attribuzione delle colpe collettive a qualcuno che accolga su di sé i mali e le colpe di una comunità intera.

In quale direzione guardare, dunque, per individuare le responsabilità di questa nostra difficile situazione? Secondo numerosi analisti, quella che attraversiamo assomiglia a una «tempesta perfetta» sul fronte energetico. I rincari di petrolio e gas affondano le loro fondamenta in molteplici fenomeni che hanno cominciato a manifestarsi mesi, se non addirittura anni fa. Una prima robusta spinta alle quotazioni energetiche l’ha fornita lo squilibrio tra una domanda di energia molto intensa nella ripresa post-pandemia e un’offerta di energia che non è riuscita a stare al passo. Eventi meteorologici estremi, come il freddo glaciale che ha spazzato lo stato americano del Texas nell’inverno 2020/2021 oppure la carenza di vento nell’Europa settentrionale per tutto il 2021, hanno reso ancora più complicata la produzione e l’esportazione di energia, anche rinnovabile. Un approccio troppo dirigistico e al contempo ottimistico alla transizione ecologica da parte di molti Governi occidentali, infine, può avere disincentivato gli investimenti di medio-lungo periodo nella sicurezza energetica e alimentato un rincaro dei combustibili fossili, al punto che la Banca centrale europea ha coniato l’espressione «greenflation», una crasi dei vocaboli inglesi «green» (verde) e «inflation» (inflazione). A tutto questo si sono aggiunte tensioni geopolitiche con protagonista uno dei principali produttori mondiali di gas e petrolio, la Russia; se le forniture di idrocarburi da Mosca sono a rischio – timore nient’affatto infondato, come vediamo oggi – è plausibile che il loro prezzo tenda a salire. Ecco, in estrema sintesi e a costo di qualche semplificazione, le concause del caro energia che ormai ha «contagiato» molti prodotti di uso quotidiano, dalla benzina ai beni alimentari, generando quell’aumento generalizzato dei prezzi al consumo che chiamiamo «inflazione».

Se il quadro da cui origina la crisi energetica attuale è «complesso», vuol dire dunque che nessuno Stato o leader è responsabile per l’attuale caro-bollette? Nient’affatto. È indiscutibile, per esempio, che le tensioni geopolitiche che hanno preceduto l’invasione russa dell’Ucraina, e poi ovviamente l’invasione stessa iniziata lo scorso 24 febbraio, sono una responsabilità precipua dell’attuale leadership di Mosca. Senza contare che il Cremlino ormai teorizza apertamente l’utilizzo della leva energetica, con la progressiva chiusura dei «rubinetti» del gas verso l’Europa, come un’arma puntata contro economie ed opinioni pubbliche occidentali. Difficile dunque non contare i leader russi tra i principali imputati per il caro energia.

L’Unione europea, allo stesso tempo, non può considerarsi esente da errori per la crisi in corso. Bruxelles, in primo luogo, non si è opposta negli anni passati a una politica energetica (soprattutto a trazione tedesca) che ha spinto il continente nelle mani di Mosca. Il gas russo era conveniente, non c’è dubbio, ma alla leadership europea è del tutto mancata una visione che tenesse conto anche delle esigenze di sicurezza degli approvvigionamenti energetici e dunque della necessità di diversificazione degli stessi. Oggi, inoltre, la stessa Ue tarda a fare proprio un approccio coordinato alla crisi, attraverso un tetto al prezzo del gas, una riforma del mercato elettrico o acquisti comuni, tutte ipotesi avanzate (anche) dal Governo italiano. Almeno su quest’ultimo fronte è ancora possibile – oltre che auspicabile – un’inversione di rotta da parte di Bruxelles.

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