Competitività. Senza intese in Europa perdono tutti

ITALIA. «Non temo le valutazioni dell’Ue ma quelle dei mercati che comprano debito pubblico»: il ministro dell’Economia Giorgetti proclama una verità, in Italia spesso sottaciuta, e rende quindi giustizia al cittadino che deve sapere.

Ricorda che in cassa mancano circa 15 miliardi perché nel frattempo la Bce ha aumentato i tassi di riferimento. Il debito italiano viaggia oltre il 150% del Pil ed è una mina vagante per i conti dello Stato. L’Italia non è sola. Il Giappone ha un debito ancora maggiore, il 258% del Pil, ma non balla sui mercati. L’Argentina per contro ha un debito del solo 64% del Pil, quasi in linea con i parametri di Maastricht eppure non tiene. Ha un’ inflazione al 130% ed è esposta al rischio default.

Qual è dunque il problema? La risposta la troviamo nelle parole di Ursula von der Leyen nel suo ultimo discorso sullo stato dell’Unione al Parlamento europeo prima delle elezioni del 2024. Ha indicato tre questioni aperte: lavoro, inflazione e contesto imprenditoriale. Riassunte in un’unica parola: competitività. Per dare il senso della sfida le è bastato evocare un nome: Mario Draghi. Le parole della presidente della Commissione sono state chiare: «Ecco perché personalmente ho chiesto a Draghi, che è una delle più grandi menti dell’Europa in materia economica, di preparare una relazione sul futuro della competitività europea». La presidente del Consiglio Meloni ha ben presente il problema vero dell’economia italiana. La crescita auspicata più volte da questo governo deve passare per forza dalla competitività. Un tema che va oltre i confini e che è necessario coordinare a livello europeo per evitare che la partita si giochi a livello statale.

Se ognuno va per sé succede che chi dispone di più fondi nazionali ha buon gioco a finanziare la propria industria a scapito di quella degli altri Paesi membri, afflitti come il nostro, da croniche difficoltà finanziarie e debolezze strutturali. Ben venga quindi una commissione di studio a livello europeo sul nuovo modo di produrre in un momento di transizione energetica. L’interesse nazionale è così assicurato. Resta da capire perché i nostri concorrenti europei, che delle debolezze italiane potrebbero approfittare, siano dell’iniziativa invece molto più entusiasti degli italiani. La proposta di Ursula von der Leyen nasce dalle pressioni che i governi di Berlino e di Parigi hanno esercitato a Bruxelles in nome delle rispettive industrie. In particolare i tedeschi sono caldi sul tema. E si può capire visto che l’economia tedesca quest’anno sarà l’unica dell’Ue a cadere in recessione. Le preoccupazioni nascono dal fatto che pressata da America da una parte e Cina dall’altra, la Germania è stata colta impreparata nel passaggio dal gas alle energie alternative e perde la sua centralità.

È dalla forza economica che deriva poi il peso politico. Ci si illude di poter parlare con gli Stati Uniti da pari a pari. Ma non è così. Il gigante tech Apple da solo vale il doppio di tutto il Dax-40 della Borsa di Francoforte. Parliamo di Siemens, Sap, Telekom, Allianz, Bayer ovvero delle 40 migliori e potenti imprese tedesche senza le quali la Germania non è più la Germania. In tema di competitività la ricerca è decisiva. Apple investe 27 miliardi che sono il doppio degli investimenti in R&S di Siemens, Henkel e Bayer messe assieme. Di questo passo il declino è assicurato. Nel mercato automobilistico Tesla, fino a dieci anni fa una sconosciuta, capitalizza 767 miliardi di euro, Mercedes, Volkswagen e Bmw insieme non arrivano a 200. Ormai è chiaro anche ai tedeschi quello che a Roma sembrano capire a intermittenza: senza accordi comuni in Europa sulla competitività perdiamo tutti. Restano sì gli Stati ma col cappello in mano.

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