I troppi fronti aperti
e l’ombra del voto

Ormai non si contano più i fronti aperti nella maggioranza tra Lega e Cinque Stelle. La riforma della Giustizia del grillino Bonafede è solo l’ultimo episodio: dopo il Consiglio dei ministri-fiume che non ha sciolto i nodi della contrapposizione (separazione delle carriere, prescrizione, intercettazioni, ecc.) si può affermare con ragionevole certezza che il testo varato l’altra notte da Palazzo Chigi «salvo intese» – ossia con interi articoli e commi in bianco – difficilmente vedrà la luce. Se ne riparlerà se e quando i due partiti avranno deciso se le loro divergenze sono sanabili oppure no.

La Lega del resto è stata chiara: se questo testo di Bonafede arriva in aula noi non lo votiamo. Non basta. Martedì 6 agosto in Senato si voterà il decreto sicurezza bis. Fiore all’occhiello di Matteo Salvini e della sua politica migratoria, non piace a tanti parlamentari grillini. Soprattutto al Senato dove i margini di sicurezza del governo sono particolarmente esili. Per questa ragione quasi certamente (lo ha detto Salvini) verrà messa la fiducia, e quindi ancora una volta i «dissidenti» M5S saranno obbligati a votare sì, pena l’espulsione dal movimento. Si dice che in parecchi preferiranno disertare il voto. In ogni caso, con la fiducia il governo non rischia ma c’è da giurare che il malcontento grillino aumenterà.

A proposito di passi indietro, ce ne sarà presto un altro: dopo che Conte ha fatto passare il sì alla Tav lasciando al Movimento la possibilità di salvare la faccia con una mozione in Parlamento puramente simbolica, tra poco occorrerà sciogliere il nodo dell’Ilva. O meglio: il nodo dello scudo legale che i manager del colosso franco-indiano dell’acciaio ritengono indispensabile per mettere mano al piano di risanamento ambientale dello stabilimento. Pena la chiusura del medesimo già in settembre. Di Maio non ne vuol sapere: «Non c’è l’ immunità per nessuno. Punto» scandisce nelle dirette Facebook. Ma presto il capo del M5S dovrà fare i conti con quanti, a cominciare proprio da Conte, gli ricorderanno che 20 mila operai (più l’indotto) da mandare a casa in un Meridione a sviluppo sotto lo zero, sono una autentica bomba sociale che nessuno si può permettere di far scoppiare. E così Di Maio dovrà trovare il modo di ricredersi senza troppo farlo vedere.

E poi c’è naturalmente la madre di tutte le battaglie: in un Paese a crescita zero, bisogna fare la manovra economica 2020. Anche ieri Salvini ha ripetuto che la Lega senza una corposa riduzione delle tasse non la voterà (e due). Ma il ministro dell’Economia Tria, che deve mantenere le promesse fatte a Bruxelles per farsi togliere di dosso la procedura di infrazione, e ha già anticipato che il deficit per l’anno prossimo dovrà essere «contenuto», e questo vuol dire niente flat tax. «O io o lui» ha subito intimato Salvini. Soprattutto si tratta di capire se la manovra potrà vedere la luce normalmente nel prossimo autunno senza traumi politici, ossia senza la caduta del governo che porterebbe o ad un gabinetto «tecnico» o a immediate nuove elezioni che però Mattarella difficilmente concederebbe in pendenza della legge di Bilancio (e addirittura dell’esercizio provvisorio). Molti prevedono che si andrà a votare in primavera. Già, ma nel frattempo, se i contrasti tra leghisti e grillini continueranno a paralizzare il governo, come si andrà avanti?

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