Dopo Draghi il draghismo. Fatti, non parole

Al momento della chiamata a Palazzo Chigi, Draghi è stato universalmente giudicato un tecnico, il solito economista chiamato a prendere le redini del governo o perché i partiti preferiscono affidare ad altri il lavoro sporco di chiedere agli italiani sacrifici «lacrime e sangue», o perché sono in impasse e hanno bisogno di tempo per sbrogliare le loro matasse. Insomma, governo Draghi come governo di transizione. Tempo alcuni mesi e i partiti si sarebbero ripresi il timone di comando. Passano poche settimane e si scopre che l’ex governatore della Bce è un tecnico un po’ speciale, che anzi – forse – è un politico molto tosto. Comincia a insinuarsi allora il dubbio che il suo non sia un governo balneare, che il suo ruolo non sia affatto né transitorio né ininfluente sul corso della politica nazionale.

A distanza di qualche mese, il sospetto s’è fatto certezza. Mentre i partiti litigano, Draghi decide. Mentre Salvini e Letta si sbracciano per cercare di intestarsi l’azione del governo, il governo procede imperterrito sulla sua strada, se non proprio incurante delle pressioni dei partiti, quanto meno non arrendevole. In poco tempo, il presunto tecnico s’è guadagnato una tale autorevolezza da poter decidere in proprio l’agenda del governo. Non solo, ora si trova anche nelle condizioni di poter decidere se proseguire il suo lavoro di premier sino al termine della legislatura o se trasferirsi al Quirinale alla scadenza del mandato di Mattarella. Non ha consolidato solo la sua premiership, ma la sta trasformando in una vera e propria leadership politica. In altre parole, Draghi, dopo essersi dimostrato l’uomo giusto al posto giusto, il politico cioè che ha le idee chiare su cosa fare, che non si lascia intimidire dalle beghe dei partiti, che dialoga col Paese senza farsi prendere dal vortice «dell’annuncite», sta diventando anche l’uomo che indica con i fatti la strada che l’Italia deve prendere per uscire dal grave stallo della crisi sanitaria ed economica.

Propone uno stile (un decisionismo, capace però di mediare tra i diversi interessi) e un indirizzo politico (un riformismo dei fatti e non delle parole) che stanno dando corpo a una proposta politica capace di occupare il centro del sistema. Non c’è insomma solo Draghi. C’è anche il draghismo. Non è ancora un soggetto politico, ma ha tutte le potenzialità per diventarlo.

Se Draghi occupa il centro del sistema, è certo perché ne ha le capacità, ma anche, e soprattutto, perché i partiti lo disertano. Costretti a convivere in una maggioranza di solidarietà nazionale che non amano, ossessionati dalla ricerca di una nuova ragion d’essere per convivere con alleati/nemici, si rifugiano nelle battaglie identitarie. È un modo per marcare le differenze, ma anche per radicalizzare le loro posizioni lasciando così scoperto, appunto, il centro del sistema. Ogni partito si cerca una bandiera da sventolare, una causa sulla quale arroccarsi: i Cinquestelle la prescrizione, il Pd la legge Zan, la Lega il «tutti liberi» da vaccinazione obbligatoria, green pass e lockdown. In passato, di fronte a emergenze difficili da affrontare con maggioranze risicate, si incaricavano i partiti di trovare una soluzione adeguata ricorrendo a maggioranze larghe di solidarietà nazionale. Nel 1976 il governo del democristiano Andreotti fu sostenuto dalla «non sfiducia» dello storico partito d’opposizione, il Pci. Oggi i partiti, affidando un governo di unità nazionale a un «tecnico», lo incoronano premier abdicando alla loro funzione: offrire al Paese una guida. Draghi a questo punto è libero di succedere a se stesso, la sua politica di offrirsi come un polo di aggregazione dell’Italia non disposta a secondare populismi ed estremismi di sorta.

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