Egemonia monetaria
ed equilibri politici

Tra i vertiginosi sussulti e disequilibri della contemporaneità globale e globalizzata, va tenuta d’occhio e analizzata con grande attenzione la sempre meno tenace egemonia del dollaro sulle altre monete. Tale egemonia ebbe inizio il 22 luglio 1944 con la Conferenza e i conseguenti accordi di Bretton Woods che stabilirono un nuovo ordine monetario concordato tra 44 nazioni, dando vita al gold exchange standard. Si trattava di un sistema monetario basato su rapporti di cambio fissi tra le valute, tutte legate al dollaro che veniva agganciato all’oro con un rapporto di cambio di 35 dollari per oncia. Detto sistema subì un pesante contraccolpo il 15 agosto 1971, quando il presidente Richard Nixon decise di sospendere la convertibilità del dollaro in oro perché il Tesoro americano - il cui debito era enormemente cresciuto per la guerra in Vietnam - non era più in grado di sostenere le richieste di convertibilità per le quali erano già state impegnate 90.000 tonnellate di oro.

Egemonia monetaria ed equilibri politici

La decisione unilaterale di Nixon sorprese non poco e fu molto criticata, ma il clima politico del tempo era quello della «guerra fredda» tra Russia e Usa e ai Paesi alleati di quest’ultima sembrò inopportuno rompere i rapporti con uno Stato che, grazie alla sua potenza economica e militare, garantiva gli equilibri internazionali. Per stabilire un riferimento all’oro erano inoltre stati istituiti i «Diritti speciali di prelievo» (1969), una valuta di conto presso il Fondo Monetario Internazionale il cui valore fu ricavato da un paniere di monete attualmente costituito da dollaro Usa, euro, yen giapponese, sterlina britannica e yuan cinese. I Dsp hanno funzionato come misura dei rapporti all’interno del Fondo, ma non hanno mai sostituito il dollaro come valuta di riferimento per gli scambi internazionali.

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