Emergenza carceri, paradigma da cambiare
ITALIA. In 11 istituti penitenziari italiani, sui 102 ispezionati nel corso del 2025 dall’associazione Antigone, erano presenti celle prive di riscaldamento, in 47 celle senza acqua calda, in 53 celle senza doccia.
Lettura 2 min.In 23 istituti il wc si trovava nello stesso ambiente in cui si cucina… Sempre nel medesimo rapporto si legge che tra i detenuti italiani sono registrate 9,4 diagnosi psichiatriche gravi ogni 100, il 21,1% assume farmaci stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi, il 46,5% ricorre a sedativi o ipnotici. Solo il 3,8% delle persone detenute è impiegato alle dipendenze di un datore di lavoro esterno.
Il tasso di recidiva
Nel carcere di Bergamo, per rimanere a casa nostra (dove ormai la popolazione detenuta sfiora le 600 unità e dove la tossicodipendenza riguarda oltre 200 soggetti), ci sono un solo operatore del Sert con un appoggio part-time, sei educatori e quattro psicologi. E una volta fuori? Comunità terapeutiche piene, una psichiatria territoriale che non regge il passo e un’offerta abitativa largamente insufficiente a una domanda di bassa soglia. Condizioni ideali per il meccanismo della cosiddetta «porta girevole»: chi esce, ha buona probabilità di tornare in strada e di lì a poco di rientrare in carcere. Quasi il 46% dei detenuti è già stato in carcere fino a 4 volte.
Il risultato è che il sistema penitenziario del Paese è al collasso, con 64.436 persone detenute al 30 aprile(46.318 i posti disponibili). Dal 2022 ci sono 8mila detenuti in più, senza che di contro il numero dei reati sia aumentato, anzi. Così anche le pene alternative hanno registrato un incremento vertiginoso: oltre 99mila i soggetti sottoposti alle misure alternative nel 2025. Nel 2014 erano 31mila.
La cultura della rieducazione
Ma come si è arrivati fin qui? L’onda lunga del sovraffollamento viene da lontano, principalmente da una visione della pena che non appartiene solo a questa compagine di governo, ma che è trasversale alla politica e che si è progressivamente allontanata (almeno da vent’anni a questa parte) dalla cultura della rieducazione, principio sancito dal terzo comma dell’articolo 27 della Costituzione.
Lo si vede con chiarezza dalla tendenza, tenue ma significativa, all’allungamento delle pene, ma anche dal progressivo allargamento del perimetro repressivo(per citare gli ultimi casi: la resistenza passiva in una protesta carceraria, l’organizzazione di un rave party, il blocco di strade o ferrovie adesso sono punibili col carcere). Nel rapporto di Antigone, a questo proposito, si ricorda che negli ultimi quattro anni sono stati introdotti 55 nuovi reati e più di 60 nuove aggravanti, che intervengono sul codice penale e su leggi speciali. A questo si aggiungono oltre 65 inasprimenti sanzionatori.
C’è una distanza crescente tra la realtà, in cui c’è un diffuso disagio sociale che sfugge alle istituzioni e in cui il carcere funziona da contenitore indifferenziato e un certo populismo penale che vorrebbe risolvere i problemi seguendo esclusivamente una logica law&order.
Il ruolo della comunicazione
Nel mezzo, una stanchezza diffusa, anche nei media, che riflette un’indifferenza stratificata nel discorso pubblico che guarda con diffidenza le pratiche di integrazione e reinserimento, con buona pace delle statistiche che indicano con chiarezza come un detenuto che ha lavorato durante la pena abbia una probabilità di recidiva del 10% contro il 70% di chi non ha avuto questa possibilità.
La chiave del cambiamento sta proprio in un ribaltamento del paradigma, facile a dirsi, ma sicuramente difficile da percorrere politicamente: la sicurezza dei cittadini non aumenta con l’aumento dei reati, ma con la riduzione delle disuguaglianze.
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