Governo sull’orlo di una crisi di nervi
Una foto tratta dal profilo Twitter del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri

Governo sull’orlo
di una crisi di nervi

All’Eurogruppo è stata definitivamente varata la riforma del Mes, il Fondo Salva Stati, insieme alla rete di sicurezza per le banche. L’Italia ha tolto il veto che aveva messo un anno fa e si è allineata al sì come nessuno a Bruxelles o nelle altre capitali aveva mai seriamente dubitato. Roberto Gualtieri, il nostro ministro dell’Economia, ha specificato che il sì alla riforma non significa che noi utilizzeremo i fondi del Mes, una decisione che, dice, «spetterà al Parlamento». Questa distinzione è la stessa che viene usata dal reggente grillino Vito Crimi per giustificare la nostra inversione di linea: «Restiamo assolutamente contrari all’utilizzo del Mes ma questo non vuol dire contrastare una riforma cui il governo italiano ha contribuito». Basta questa sottilissima distinzione a respingere le molte obiezioni (Emma Bonino chiede: «Cioè noi finanziamo il Mes ma dichiariamo subito che non ce ne avvarremo lasciando che lo facciano altri?») e soprattutto a calmare l’ala più radicale del M5S? No, non basta.

Tanto è vero che ieri sera (30 novembre ndr) si segnalava un autentico pandemonio nelle chat dei parlamentari pentastellati in aperta ribellione alla decisione del governo presa evidentemente col consenso di Crimi e dunque di Luigi Di Maio. Una ulteriore scossa all’ormai fragilissimo edificio di quello che è ancora sulla carta (e nei numeri parlamentari) il partito di maggioranza relativa ma che è scosso da fortissimi dissensi e continue fuoriuscite, e proprio il Mes è uno delle cause scatenanti di divisione e di contrasto, forse domani addirittura di scissione. I più dietrologi – ma lo riportiamo per puro dovere di cronaca - si spingono ad ipotizzare che la mossa del governo italiano sia giunta al momento giusto per provocare quel sommovimento politico nel M5S che potrebbe portare al rimpasto di governo e addirittura ad un Conte ter con la stampella di Forza Italia (che naturalmente smentisce seccamente).

Sta di fatto che il Pd – che da tempo ha toccato il livello massimo di sopportazione dell’alleato grillino – cercava questa affermazione sul Fondo Salva Stati e ha spinto Gualtieri, del resto in accordo proprio con Conte, ad andare avanti, a togliere il veto e a cambiare la posizione ufficiale del governo di Roma. E se poi questo deve provocare un terremoto nei gruppi parlamentari grillini, pazienza, anzi meglio: la scissione sarebbe utile a normalizzare la situazione annettendo l’ala «governista» del movimento grillino ed espellendo di fatto quella «radicale». Ai voti mancanti penserebbe appunto Berlusconi. In questo modo si potrebbe arrivare ad un governo rinnovato e all’elezione del nuovo capo dello Stato con una maggioranza e un governo che rispecchierebbero la cosiddetta «maggioranza Ursula», dal nome della presidente della Commissione europea a suo tempo votata da Pd, M5S, Renzi e appunto dagli azzurri di Antonio Tajani (ma non dalla Lega né da Fratelli d’Italia).

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