I titoli crescono più dell’economia

I titoli crescono
più dell’economia

Il rialzo dei mercati azionari di questi giorni stride con l’andamento della situazione sanitaria sempre più drammatica. Anche la rivalutazione dei titoli di stato italiani contrasta con l’impennata del debito pubblico, in assoluto e in rapporto al Pil. Come si spiega questo disallineamento fra mercati finanziari e mondo reale? Alcune precisazioni prima di analizzare le cause. L’economia mondiale non è così malata come percepiamo nella nostra quotidianità compressa dalle restrizioni antipandemiche: la sensazione dell’angolo della strada non è un buon termometro di cosa succede nel globo. Basti pensare alla bergamasca Brembo che ha registrato un terzo trimestre di rilancio grazie alla ripresa sul mercato cinese. Inoltre, il rimbalzo della Borsa di questi giorni è solo un recupero del cattivo andamento del mese di ottobre, quando si addensavano i maggiori timori per l’andamento sanitario che sono stati spazzati via, o almeno compensati, dall’annuncio di un vaccino più o meno prossimo.

Come sempre, per comprendere i dati bisogna scomporli. Oggi l’indice globale dei mercati azionari è leggermente più alto dell’inizio dell’anno e da allora c’è stato il crollo del 30% ad aprile e poi una graduale benché discontinua ripresa fino a oggi. Ma guardando all’Euro Stoxx 50 si vede che l’Europa è ancora sotto del 15%, l’America è al livello di inizio anno e i mercati asiatici sono cresciuti, pur se in misura diversa. Ancora più significativa è la scomposizione per tipologia di mercati. Guardiamo ai tre principali indici americani: il Dow Jones è in sostanziale parità da gennaio, il S&P 500 è salito oltre il 10%, il Nasdaq 100 è aumentato del 40%. Ciò significa che le aziende più tradizionali sono quelle più colpite dalla situazione sanitaria complessiva e soffriranno per il calo di domanda innescato dalla crisi, dalla disoccupazione eccetera. Invece, le aziende tecnologiche, prevalentemente quotate al Nasdaq, trovano opportunità interessanti nella nuova situazione e, in prospettiva, vedono aumentare ancora di più il loro potenziale di sviluppo. Il tutto si traduce in prezzi ancora crescenti, nonostante partissero da livello già alti.

Per quanto riguarda il debito pubblico italiano l’analisi è diversa. Come mai lo spread con i titoli pubblici si è ridotto del 34% da gennaio e il Btp decennale (scadenza agosto 2029) è cresciuto da 115 a 122, dopo essere crollato a 94 nel mese di aprile? La crisi economica italiana (Pil a -9%) e l’esplosione del debito pubblico al 155% del Pil non dovrebbero spaventare gli investitori e farli scappare? Qui la spiegazione è diversa e fa riferimento alle potenti risposte date dalle due principali istituzioni economiche europee: la Banca centrale, che ha confermato la massiccia immissione di liquidità proprio attraverso l’acquisto di titoli, e la Commissione, che ha stanziato il poderoso Recovery fund, riducendo il fabbisogno di ricorso al mercato dei singoli Stati membri. Questo ha fugato, almeno temporaneamente, i timori sulla solvibilità della Repubblica italiana e i suoi titoli sono andati a ruba perché sono rimasti uno dei pochissimi investimenti a offrire un rendimento positivo con un rischio ragionevole. Dunque, rinviato il redde rationem, gli investitori di tutto il mondo tornano ad abbuffarsi di Btp.

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