Il calcio che riparte e  i dubbi non risolti

Il calcio che riparte
e i dubbi non risolti

Il calcio riparte. La domanda, che anche dopo questo fatidico 28 maggio resta tutta sul tavolo, è sempre la stessa: ma come, riparte? Settimane e settimane di dibattiti non hanno dissolto le nebbie. In Germania il governo ha deciso: si gioca, trovate il modo. In Italia s’ è scelto il metodo rovesciato: se trovate il modo, si gioca. Attorno a quel «se» s’ è scatenato il campionato mondiale del tiro alla fune. Da un lato chi vuol giocare a tutti i costi (forse, fondamentalmente, solo Lotito).

Dall’altro chi avrebbe tutto da perdere, magari rischiando di retrocedere. E col tiro alla fune, si sa, si resta fermi. Ora si fa un passo avanti: si riprenderà, è ufficiale. Eppure, i problemi di fondo sono ancora lì. Perché l’ ok del Comitato tecnico scientifico è arrivato a condizione che un positivo vada in quarantena per due settimane, con tutti i suoi «contatti», cioè la squadra.

Dunque, dato che l’ ipotesi di accorciare tutto accordandosi su una formula tipo playoff viene rifiutata dai dinosauri del pallone, allergici a qualsiasi forma di modernizzazione (tranne quelle monetizzabili), si resta fermi alle 124 partite da giocare. La sintesi è questa: vanno giocate 124 partite con un tour de force del tutto inedito e il caldo dell’ estate, ma se emerge un solo positivo va in quarantena una intera squadra per due settimane. Cioè lo spazio di almeno 5 partite. Che andrebbero recuperate quando, non è dato sapere, considerato il calendario che non può contenere solo il campionato, ma anche la conclusione della Coppa Italia e, poi, delle competizioni internazionali. Oltre a prevedere l’ inizio del 2020/21 con modalità adeguate per arrivare in tempo agli Europei 2020, traslocati al 2021. Insomma, si correrà a 300 all’ ora con un muro davanti.

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