Il caso Regeni sberla all’Italia

Il caso Regeni
sberla all’Italia

Una sberla, una risposta irridente all’Italia e al suo popolo. L’atteso incontro in videoconferenza del 1° luglio scorso tra i magistrati della Procura di Roma che indagano sul delitto di Giulio Regeni, avvenuto quattro anni e mezzo fa, non solo non ha dato risposte alla rogatoria avanzata 14 mesi fa dai pm (chiedevano di conoscere i domicili dei cinque uomini dei servizi segreti cairoti indagati per le torture e la morte del giovane ricercatore) ma ha ributtato nel nostro campo le responsabilità: i magistrati egiziani hanno infatti richiesto approfondimenti per sapere se Regeni fosse una spia a servizio degli inglesi (studiava all’Università di Cambridge), sospetto infamante che era stato già dissipato in precedenti incontri.

Qualcuno potrebbe alzare le spalle per scrollarsi di dosso questa vicenda che in fondo riguarda un solo cittadino italiano, che «se l’è cercata» come si dice con gretto cinismo a proposito di nostri connazionali che muoiono o vengono rapiti in Paesi pericolosi, o del migrante che naufraga nel Mediterraneo. Ma il rifiuto del regime di al-Sisi a cooperare per individuare gli assassini significa che viene intaccata la nostra sovranità nazionale, dal momento che uno Stato è tale, giuridicamente e moralmente, quando è in grado di tutelare l’incolumità dei suoi cittadini e di perseguire chi a quell’incolumità attenta.

Oltre che la sovranità è in gioco anche la dignità nazionale. Ne esce sconfitto sicuramente il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che ha sempre sposato la linea dell’«appeasement» con la dittatura egiziana e ha creduto, illudendosi, che la vendita di sistemi d’arma italiani per 9 miliardi di euro avrebbe ammorbidito al-Sisi. Questa operazione commerciale è stata mal gestita: era infatti quello il momento, l’esile possibilità di porre come priorità delle priorità la verità sull’atroce morte di Regeni, come parte integrante di una relazione politica e diplomatica oltre che economica. Perché se si crede che abbiamo bisogno dell’Egitto, è altrettanto vero il contrario. Eppure abbiamo alzato la voce solo dopo che la trattativa sulle forniture militari era definita.

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