Il collasso politico
I partiti
ora cambino

In un famoso sketch televisivo degli anni Settanta il caratterista Alighiero Noschese così raffigurava la ricetta, tutta italiana, di risolvere le crisi di governo: semplicemente attraverso lo scambio delle poltrone di ministro. Del resto, in un Paese che in 75 anni ha cambiato 65 governi, se ogni crisi avesse comportato un nuovo inizio, la nostra sarebbe stata una vita sull’ottovolante. Invece, abbiamo avuto, sì, frequentissime crisi di governo, ma raramente veri avvicendamenti politici. Per consumare un terremoto politico ci sono sempre voluti o sconquassi elettorali (1994, Tangentopoli) o pesanti crisi sociali (come negli anni Settanta, «anni di piombo»).

Non c’è stato mai un ribaltone politico che sia stato realizzato, come l’odierno, direttamente dal ceto politico. Non ci pare perciò una forzatura affermare che sia in atto uno sconvolgimento politico. Massimo Cacciari parla addirittura della «fine del ceto politico». Una riprova, almeno della sua inadeguatezza, è stata offerta a posteriori dal grande disorientamento causato dall’incarico al «tecnico» Mario Draghi. Smarrimento, cui è seguito un adattamento trasformistico al governo in cantiere, con relativo spergiuro dei perentori, roboanti propositi ribaditi fino al giorno prima. Con una maggioranza che giurava «o Conte o voto» e la minoranza che assicurava «dopo Conte solo il voto». Nel giro di 24 ore abbiamo assistito invece al repentino passaggio dei 5 Stelle dal «vade retro Satana» a un sostanziale via libera al «banchiere Dracula» e al riposizionamento del Pd da «o Conte o morte» al «Draghi è una grande risorsa» che «può portarci fuori dall’incertezza».

E il centro-destra? Fino a martedì era rimasto asserragliato nella sua vantata, tetragona unità per procedere mercoledì in ordine sparso: FI favorevole ad un appoggio senza riserve al presidente incaricato, la Lega riconvertitasi ad un sostegno a Draghi, Fd’I irremovibile nel suo solitario arroccamento all’opposizione. Nessuno ha preso atto che nessuna coalizione di partiti è in grado di costruire una maggioranza e che quindi l’unica alternativa alle elezioni è un governo di tutti. Smarrita la strada, è venuto il momento dello spergiuro. Il più pesante è venuto dai 5 Stelle: non più da parte loro l’encomio dell’«uno vale uno», dell’incompetenza elevata a somma virtù del politico, ma la valorizzazione della competenza e del merito come requisiti irrinunciabili dell’uomo di governo. Non più il governo dei «cittadini» qualsiasi, ma il «governo dei migliori». Oplà.

Ulteriore dimostrazione dello scollamento che i partiti accusano dal Paese è il favore con cui immediatamente la gran maggioranza degli italiani ha accolto il passaggio del testimone da Conte a Draghi. Il sentimento più diffuso è stato di sollievo per aver finalmente trovato una guida capace di portar l’Italia fuori dalla tempesta (sanitaria, economica, occupazionale) in cui rischiava di affondare. Per ritrovare la strada da imboccare ai partiti sarebbe bastato porsi la domanda: a chi è meglio affidare la gestione dei 209 miliardi del «New Generation Eu»? All’ex presidente della Bce, universalmente apprezzato per aver salvato per ben due volte l’euro (e quindi l’Italia) dal collasso o all’avvocato del popolo, espressione di un partito, impenitente fautore della spesa assistenzialistica?

Il disorientamento odierno dei partiti è peraltro solo il primo tempo di uno scompaginamento prossimo venturo del loro assetto, della loro strategia, forse della loro stessa identità. È sicuro Zingaretti che «il sol dell’avvenire» possa venire dall’abbraccio con gli strenui fautori dell’antipolitica? E la destra? È convinta che il sovranismo euroscettico sia la carta vincente per far guadagnare all’Italia un posto nell’Europa del Recovery fund? E il demone Renzi saprà costruire quel centro riformista che è nei suoi sogni?

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